La frattura su Iran e Libano tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu da giorni occupa stabilmente le pagine dei giornali di mezzo mondo. Ma la distanza emersa tra i due (ex) amici e alleati, avrà effetti per i palestinesi sotto occupazione? La risposta è «no», non si prevedono cambiamenti nella linea di Washington. Gli Usa tacciono su quanto accade in Cisgiordania mentre l’iniziativa americana per la ricostruzione di Gaza resta pura teoria a quattro mesi dall’inaugurazione del Board of Peace e a otto mesi dalla firma dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas.
Nella Striscia il cessate il fuoco non è mai stato realmente in vigore. A dirlo con estrema chiarezza è il numero di palestinesi uccisi da attacchi israeliani che ha superato quota mille – sono 1.008 per la precisione – dall’entrata in vigore della tregua. Gli ultimi tre poche ora fa: un raid aereo israeliano ha colpito e distrutto un’auto sulla strada principale Omar Al-Mokhtar a Gaza City.
Business as usual lo conferma anche la notizia che il ministro della sicurezza, Itamar Ben Gvir, sotto accusa da più parti per le sue azioni brutali, partirà tra tre settimane per una conferenza delle Nazioni unite il 7 e 8 luglio che si terrà al Palazzo di Vetro a New York. Appena qualche giorno fa Ben Gvir aveva annullato una vacanza negli Usa a causa di difficoltà nell’ottenere il visto. In realtà problemi non ne ha il ministro ultranazionalista israeliano che guiderà una delegazione al Vertice 2026 dei capi di polizia. Sarà il benvenuto negli Usa. E anche delle Nazioni unite, che pure Ben Gvir il mese scorso aveva duramente attaccato perché, a suo dire, avrebbero «perso ogni bussola morale». All’inizio di quest’anno, Israele ha demolito alcuni edifici della sede centrale dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, a Gerusalemme Est. Ben Gvir andò sul luogo, parlò di «un giorno storico» e accusò il personale dell’agenzia di essere «sostenitori del terrorismo».











