Noi ricordiamo i suoi «Carramba, che sorpresa». Loro la meticolosità con cui Raffaella Carrà pianificava tutto, persino la morte. Noi immaginiamo il caschetto biondo, le feste, i red carpet, loro ripensano alle partite a burraco con «gli amici dell’Argentario»: pare le preferisse a qualunque festa vip e vinceva pure a mani basse. C’è una Raffaella Carrà insospettabilmente nascosta – ai più – che si è tenuta ben lontana dai riflettori per concedersi a una ristrettissima cerchia di persone: il nipote Matteo Pelloni, gli amici più stretti, la storica ufficio stampa Laura Fattore, il medico Renato Tulino e, non ultimo, Gian Luca Pelloni Bulzoni che da bodyguard, braccio destro e confidente è finito per diventare il suo figlio adottivo o, come l’hanno ribattezzato i giornali, il figlio segreto. «Solo noi che abbiamo il “chip Carrà” impiantato nel cervello, possiamo raccontare Raffaella», assicura, «un conto è parlare di lei, un altro è averla vissuta». E anche Carrà lo sapeva bene. Talmente bene che, quando ha capito che la sua storia stava giungendo ai titoli di coda, non ha chiamato una tv, o una casa editrice, per consegnare le proprie volontà ma loro: la sua famiglia, di sangue e di elezione. Sapeva che solo chi ha conosciuto l’altra Raffa avrebbe potuto portare avanti quello che le stava davvero a cuore: non un ricordo da santino, o i format tv ma la possibilità di aiutare gli altri, in primis i giovani, perché era questo che, lontano dalla ribalta, faceva quotidianamente. Ed è questa che doveva essere la sua eredità spirituale.