di
Natalia Distefano
Dopo anni di silenzio Gian Luca Pelloni Bulzoni parla per la prima volta della sua adozione, della malattia di Raffaella e della Fondazione che porta il suo nome: «L'ho istituita per proseguire i progetti e le iniziative sociali a cui lei teneva»
Difficile trattenere le lacrime per Gian Luca Pelloni Bulzoni quando parla di «Raf»: «Raffaella io la chiamavo così, e anche adesso per me resta e sarà sempre la mia Raf». Il figlio adottivo della Carrà, dopo un silenzio durato oltre cinque anni, oggi a Roma - nel giorno in cui la diva avrebbe compiuto 83 anni (nata a Bologna il 18 giugno 1943 e morta a Roma nel 2021) - ha deciso di parlare per la prima volta della sua adozione, annunciando ufficialmente la nascita e le attività della Fondazione Raffaella Carrà Ets. «Non mi sono esposto prima per rispettare il suo stile, lei proteggeva la sua vita privata e non rilasciava interviste se non aveva "qualche progetto da raccontare". Ma ora sono qui».
Mi chiamò quando scoprì la malattia: «Voglio adottarti»Pelloni Bulzoni ha aperto il cassetto dei ricordi: «Io e Raf ci siamo conosciuti nel 2001, l'intesa tra noi fu immediata, mi volle a Carramba! Che sorpresa e fu lì che iniziò la nostra amicizia. Sempre più importante, anno dopo anno, fino a quel giorno terribile». Di cui lui ricorda tutto: date, luoghi emozioni. «Era il 22 aprile 2020, stavamo insieme nella sua casa all'Argentario quando le diagnosticarono una bruttissima malattia - ha raccontato -. Tornammo di corsa a Roma per iniziare subito le cure ma appena due settimane dopo, il 4 maggio, i medici dissero che quel terribile tumore ai polmoni le sarebbe stato fatale. Per me fu una vera tranvata. Lei invece, che era una persona estremamente lucida e pragmatica, si mise alla scrivania e iniziò a scrivere. Domandai cosa stesse scrivendo: "Il testamento", rispose. E già il giorno dopo, mentre era con Sergio Japino (che della Carrà fu compagno per oltre 15 anni e poi amico fino alla morte nel 2021, ndr.), mi chiamò e disse: "Ho deciso di adottarti, dovrai portare avanti i miei progetti e le cose che ho fatto in tutti questi anni e tu solo conosci". Risposi che avrei voluto pensarci. E lei, con la sua solita determinazione: "Prenditi il tempo che ti serve, basta che me lo dici subito". Non ebbi scelta, a lei non potei che dire sì».










