BELLUNO - Sembra che sia molto lontano dal trovare una fine la vicenda iniziata nella notte tra venerdì 5 e sabato 6 giugno, quando un gruppo di tre studenti del liceo Galilei - probabilmente della stessa classe, una quarta - ha deciso di dare sfogo a un disagio molto diffuso nella scuola rappresentandolo attraverso tre graffiti all’esterno di uno degli edifici dell’istituto, quello della palestra. Lunedì abbiamo pubblicato un’intervista al dirigente scolastico, il preside Pozzobon, martedì la lettera di 58 insegnanti. Ma proprio le parole di Pozzobon hanno spinto un genitore di un ex’allieva (ricordiamo che Tiziano e Galilei sono sotto la stessa gestione, per questo viene citato, nel testo, anche il classico) a scrivere una lettera. Che pubblichiamo anonima, conoscendone comunque la fondatezza, anche per tutelare minorenni coinvolti. Contiene accuse e riflessioni importanti, ulteriori elementi di valutazione nell’ambito di una conflittualità spesso strisciante, ma impossibile da reprimere e controllare, ormai. Ecco il testo della lettera.

Graffiti sul muro del liceo, due giovani denunciati. Il preside: «Modi violenti, ma il disagio giovanile è reale. E sono realmente pentiti»La lettera Ho letto le parole del preside del Galilei-Tiziano. E da genitore di un’allieva di quella scuola mi hanno fatto male. Ho scelto anch’io il dialogo e il confronto, ma posso dire che non ha funzionato. Tutti sanno da anni cosa succede in alcune classi, ragazzi, professori, genitori ma è difficile cambiare rotta. E per questo sento il bisogno di esprimermi in modo pubblico. Il preside parla di “violenza” per definire la forma con cui i ragazzi hanno manifestato il loro disagio, chiedendo aiuto e ascolto. Evidentemente la violenza ha tante forme ma una sola parola. E chi la usa dovrebbe saperne riconoscere il concetto, darle il giusto peso, e rendersi conto che ci sono manifestazioni di violenza quotidiana anche all’interno della scuola. Forme di violenza psicologica fatte di insulti ai ragazzi da parte di alcuni insegnanti, fatte di provocazioni, di scarso ascolto e di giudizi tagliati con l’accetta; anche di docenti che si sentono talmente superiori di fronte a ragazzi di 14-15-16 anni da dire loro che sono dei falliti e che nella vita non combineranno mai niente. Ecco, per me, da genitore, questa è violenza. Ed è una forma grave tanto più perché perpetrata da adulti-educatori, nei confronti di ragazzi che nella scuola dovrebbero avere un modello di riferimento, non un sistema che li vede esclusivamente per la loro performance di studio. E poi, quale principio didattico c’è dietro queste forme di comunicazione docenti-allievi? Per questo mi ha fatto male leggere che il preside parla di violenza. I ragazzi hanno disegnato un graffito e hanno sbagliato. Ma non porsi in ascolto del messaggio che hanno voluto lanciare, archiviando tutto come un semplice “imbrattamento” riduce la scuola al rapporto consumistico produttore-cliente. Invece i ragazzi non sono clienti della scuola. E la scuola difende il proprio buon nome proponendo ascolto e percorsi di crescita non solo lezioni e risultati. Mi spiace che si perda un’occasione come questa per riportare l’attenzione su quello che i ragazzi e alcuni genitori manifestano da tempo. Mi spiace da genitore che crede nel valore della scuola di aver incontrato un contesto che istruisce ma spesso non educa. Educare significa prendersi cura degli aspetti pulsionali, sentimentali ed emotivi. Platone diceva che la mente non si apre se non si apre prima il cuore. I greci chiamano “persona” chi sta di fronte ai miei occhi, sei tu. E quanti sono riusciti a guardare negli occhi questi ragazzi? È necessario un ambiente in cui l’insegnante non ti lascia solo quando sbagli ma ti resti accanto mentre ci provi di nuovo. È necessario un ambiente in cui non si trasmettano solo nozioni ma anche valori e principi. È necessario un ambiente che dà fiducia e crede nei ragazzi, li fa sentire capaci perché solo così saranno degli adulti più sicuri e pronti. L’errore ti marchia e capita in questa scuola che sia fonte di umiliazione. Quando l’errore diventerà una parte di un percorso e non un difetto di fabbrica sono sicura che i ragazzi non sentiranno più il bisogno di scrivere lettere o di disegnare nei muri. Riprendendo le parole di un noto educatore l’insegnante empatico ti insegna a non subire chi è scorretto con te, ti insegna anche a ribellarti, a dire no, a non stare zitto. Mi rivolgo a lei dirigente che al primo incontro di accoglienza ha usato con noi genitori queste parole «dovete stare sopra ai vostri figli, perché qui si studia». Ecco io penso che noi educatori dobbiamo essere a fianco e non sopra. Un insegnante empatico migliora il rendimento perché riduce l’ansia e lo stress. L’ansia non allena alla fatica e alla vita ma alla fuga. Una scuola che parla di violenza senza riconoscere le forme di violenza che essa stessa crea. È una scuola che sta fallendo la sua missione.