BELLUNO - Anche i docenti del Galilei-Tiziano decidono di prendere posizione con una lettera aperta, redatta da alcuni professori dell’istituto e poi sottoscritta da ben 57 professori attraverso una raccolta firme interna, nata per esprimere vicinanza agli studenti e provare a ricucire l’ulteriore strappo che si è aperto dai fatti tra il 5 e il 6 di giugno. Tutto era iniziato nella notte prima dell’ultimo giorno di scuola, quando tre studenti dell'istituto erano entrati nel cortile del Galilei e avevano imbrattato i muri esterni della palestra con graffiti accompagnati da volantini e foglietti macchiati di rosso. Il gesto ha attirato l’attenzione non solo per il danneggiamento degli spazi comuni, ma soprattutto per il contenuto della lunga lettera anonima: un testo carico di disagio, in cui si parlava di ansia, depressione, pensieri suicidi e di una scuola percepita da alcuni ragazzi come troppo legata a numeri, voti e prestazione.

Graffiti al Galilei, Maddalena Bianchi (cha ha boicottato l'orale della maturità l'anno scorso): «Non cancellateli chiedetevi le motivazioni»La linea del preside Sono susseguite le reazioni. Prima quella dell’amministrazione comunale, poi il dibattito pubblico sul disagio giovanile e i confronti con il mondo educativo. Infine, ieri, era arrivata anche la voce del dirigente scolastico Andrea Pozzobon, che attraverso Il Gazzettino aveva scelto di spiegare la posizione dell’istituto dopo giorni di silenzio. «Siamo rimasti molto turbati dalla modalità violenta della forma di comunicazione con cui i ragazzi hanno espresso il loro disagio» aveva spiegato il preside, sottolineando però di aver apprezzato «il profondo rammarico e la volontà di riparare», dato che due dei tre artefici erano stati scoperti sul posto la stessa notte e il terzo si sarebbe costituito il giorno dopo. Tra i tanti dubbi emersi c’era anche quello di un possibile rischio di non ammissione agli esami di maturità; il problema tuttavia non si porrebbe, dato che i responsabili sono studenti della stessa classe, una quarta dell’istituto: due minorenni e un maggiorenne, la stessa classe in cui, un alunno era stato costretto a ritirarsi per un segmento dell’anno per motivi psicologici, lasciando un segno profondo nei compagni. Erano stati individuati dalla polizia e denunciati per imbrattamento. In seguito, la dirigenza scolastica li ha incontrati sia in Questura sia a scuola, insieme alle famiglie. Proprio da quei colloqui sarebbe emersa, secondo il dirigente, una presa di coscienza rispetto alla gravità dell’azione compiuta. I ragazzi hanno chiesto scusa alla comunità scolastica, spiegando che nelle loro intenzioni il gesto voleva portare all’attenzione il tema della salute mentale e del disagio giovanile. Le due anime Ora, con la lettera aperta dei professori, il caso si sposta su un piano diverso e più ampio. I docenti riconoscono che quanto accaduto ha portato alla luce un malessere reale, che non può essere ignorato e che va affrontato. Non giustificano il danneggiamento, ma scelgono di leggerlo come un segnale da accogliere con responsabilità educativa. Non sarebbe una frattura interna, ma dal Galilei-Tiziano sembrano però emergere due sensibilità differenti nel modo di interpretare l’accaduto. Quella espressa dalle parole del dirigente scolastico forti della gravità del gesto e la necessità di ristabilire il confine tra protesta e atto vandalico, difendendo allo stesso tempo il lavoro educativo svolto dall’istituto. Dall’altra, invece, la linea emersa dalla lettera firmata dai docenti, dove il focus appare meno concentrato sulla tutela dell’immagine della scuola e più sull’esistenza di un disagio reale da ascoltare e comprendere. Due approcci che raccontano sfumature differenti: il richiamo alla responsabilità e alle regole da un lato e dall’altro la volontà di leggere quei fatti anche come un grido di fragilità giovanile a cui provare a dare risposta attraverso il dialogo e la vicinanza educativa.