BELLUNO - «Siamo rimasti molto turbati dalla modalità violenta della forma di comunicazione con cui due ragazzi hanno espresso il loro disagio. Ma allo stesso tempo ho apprezzato il profondo rammarico e la volontà di riparare manifestata dai ragazzi stessi e dalle loro famiglie». Delitto e castigo. Anzi, delitto e consapevolezza. Una parola cognizione che il preside del liceo Galilei utilizza più volte per spiegare non tanto quanto è accaduto nella sua scuola, dieci giorni fa, quanto piuttosto per raccontare cosa ne è seguito. Vale a dire la presa di coscienza del fatto che una protesta è diventata un atto vandalico. «Per il quale l'ordinamento giuridico prevede che ci sia un'azione conseguente alla commissione di un reato. Di questo si tratta» dice il professor Andrea Pozzobon, dal 2019 dirigente scolastico del Galilei-Tiziano, che rompe il silenzio a poco più di una settimana dai fatti che hanno travolto proprio il liceo scientifico.

I vandalismi Due ragazzi sono entrati di notte nel cortile e hanno disegnato tre murales sulle pareti esterne della palestra; poi hanno attaccato centinaia di foglietti macchiati di rosso e hanno disseminato decine di volantini anonimi ritrovati l'indomani, ultimo giorno di lezioni - in cui denunciavano un disagio forte, fatto anche di pensieri suicidi e di malessere, rispetto a una scuola che a loro dire non guarda alle persone ma solo ai numeri, ai risultati, ai voti. «Non ci riconosciamo assolutamente in questa descrizione» specifica Pozzobon. Che spiega come i due responsabili della protesta, peraltro individuati in flagrante dalla polizia e denunciati per imbrattamento, siano stati incontrati dalla dirigenza scolastica sia in questura sia martedì scorso. «Ho parlato con loro e con le loro famiglie. Hanno chiesto scusa alla comunità scolastica, dicendosi addolorati per quanto fatto. Nelle loro intenzioni, il gesto voleva portare all'attenzione della scuola il tema della salute mentale e del disagio giovanile. Una volta posti di fronte alle conseguenze della loro azione, hanno spiegato di non aver avuto consapevolezza della gravità della loro azione. Ma insieme alle loro famiglie si sono resi disponibili a fare tutto ciò che sarà ritenuto utile per rimediare al danno arrecato. E questo l'ho apprezzato molto». Ci saranno conseguenze per i due ragazzi? Il preside non intende in nessun modo dirlo. «La scuola ha espletato i suoi doveri educativi» la risposta laconica.«Non siamo così» «Non ho parlato nell'immediatezza dei fatti anche per tutelare questi ragazzi, di cui uno minorenne» aggiunge il preside Pozzobon. «Ma credo che adesso sia giusto ristabilire la realtà. Dell'accaduto si è discusso tanto nell'ultima settimana. E il tema è stato trattato anche nell'ultimo collegio docenti, sabato mattina. Perché non ci riconosciamo assolutamente nella descrizione della scuola che è emersa dall'azione dei due ragazzi e dal caos che ne è seguito. Anzi, riteniamo che la nostra scuola abbia dato e dia grande attenzione ai bisogni educativi dei ragazzi. E ci addolora la modalità con cui due studenti hanno scelto di esprimere le loro idee, dato che ci sono moltissime occasioni, formali e informali, di far emergere eventuali necessità, disagi e difficoltà. Anche senza ricorrere a forme violente di comunicazione». Pozzobon elenca le attività e i progetti proposti ai ragazzi, tra cui il laboratorio teatrale, il giornalino di istituto, il corso di scrittura creativa, il mentoring degli studenti degli ultimi anni in affiancamento a quelli di prima e seconda. «Modalità diverse per dare modo ai ragazzi di esprimersi - specifica il preside -. E per intercettare eventuali disagi, abbiamo dedicato una parte di ogni consiglio di classe al monitoraggio del clima interno. A marzo è stata effettuata un'analisi puntuale su come migliorare il carico di lavoro e il benessere delle classi. Quindi no: non siamo una scuola che considera solo numeri, come è stato scritto. E neppure una scuola che bada solo all'eccellenza. Siamo attenti alla crescita di tutti, nei diversi aspetti delle persone. E questo è stato riconosciuto anche dai ragazzi responsabili dei graffiti, nell'incontro che ho avuto con loro martedì scorso».«Una generazione ansiosa» Eppure, qualche difficoltà latente c'è stata. Altrimenti non si spiegano i graffiti e i volantini con un messaggio carico di disagio e di richiesta di aiuto. «Il disagio nei giovani c'è. Lo si percepisce nella società e ovviamente anche nella scuola, che è una componente della società. Ma nel nostro istituto credo non ce ne sia né più né meno rispetto ad altre scuole - specifica Pozzobon -. Forse i nostri ragazzi hanno gli strumenti per percepire in maniera più nitida le difficoltà. Ed esprimono il desiderio di manifestarli con l'istituzione che più facilmente li ascolta: la scuola. Ma est modus in rebus: le modalità con cui portare avanti un'opinione, un'idea o una richiesta di aiuto vengono prima del messaggio stesso». Il preside poi allarga il discorso, alla natura e alle cause stesse del disagio palesato dai giovani. E cita il celebre saggio di Jonathan Haidt "La generazione ansiosa". «Abbiamo ragazzi con una sensibilità iper-accentuata, che tendono ad abbassare l'asticella della fatica, dell'impegno. Serve maggiore fiducia nel ruolo dell'adulto-educatore, che sia un genitore, un insegnante, o l'allenatore». Fiducia che forse si è rotta, ma Pozzobon è ottimista. «Per quanto ci riguarda, servirà del tempo per elaborare quanto accaduto: davvero quella forma di comunicazione violenta - i graffiti e i volantini - ci hanno ferito. Ma hanno dato l'occasione ai ragazzi di maturare consapevolezza. E alla scuola di proporre nuovi progetti e attività per cogliere i segnali di disagio. Abbiamo già alcune idee che lanceremo a settembre».