Per anni, la competizione tecnologica globale è stata raccontata come un duello tra Stati Uniti e Cina. Da un lato la leadership americana nell’innovazione e nel software, dall’altro la capacità industriale e la scala produttiva cinese. In mezzo, l’Europa è rimasta spesso sullo sfondo: troppo regolatoria per competere, troppo frammentata per guidare.
Questa lettura oggi è sempre meno sostenibile. Non perché l’Europa abbia colmato il gap con Washington o Pechino nella corsa all’intelligenza artificiale, ma perché controlla alcuni dei nodi più critici e meno visibili della filiera globale dei semiconduttori. Nodi senza i quali né gli Stati Uniti né la Cina possono costruire sistemi avanzati.
È qui che si inserisce un’analisi di Ryan Fedasiuk, ricercatore dell’American Enterprise Institute. Su Bandwidth, il giornale online del think tank Center for European Policy Analysis, ha definito l’Europa come parte dell’«infrastruttura nascosta ma indispensabile» dell’intelligenza artificiale.
Il punto non è quanto l’Europa produca, ma cosa rende possibile. La geografia dell’intelligenza artificiale non coincide con quella del potere politico tradizionale: è una rete fatta di colli di bottiglia, specializzazioni estreme e dipendenze incrociate. In questo sistema, alcuni segmenti hanno un valore sproporzionato rispetto al loro peso apparente. Ed è proprio in questi segmenti che l’Europa si è ritagliata un ruolo centrale.








