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Mancano due settimane al 30 giugno, l’ultimo giorno a disposizione per far aprire le case di comunità. Le case di comunità sono gli ambulatori pubblici pensati per rafforzare la cosiddetta medicina territoriale, con un ruolo intermedio tra gli ospedali e i medici di medicina generale. Il tempo per capire come farle funzionare e per individuare chi ci dovrà lavorare – quattro anni – è passato, e ora il ministero della Salute sta cercando di risolvere il problema in qualsiasi modo pur di aprirle e rispettare la scadenza del PNRR, il piano di riforme e investimenti che le ha finanziate con 2 miliardi di euro.

La soluzione su cui puntava il governo era una grande riforma che avrebbe permesso di assumere direttamente i medici e le mediche di famiglia e farli lavorare nelle nuove strutture, ma è svanita ancor prima dell’inizio delle trattative. È così rimasto poco tempo per trovare un’alternativa, arrivata soltanto mercoledì 17 giugno, quando è stato approvato un accordo preliminare per far lavorare i medici nelle case di comunità fino a sei ore alla settimana. L’accordo è stato presentato come una soluzione, in realtà per ora è solo un modo per evitare ritardi, rimandando le discussioni ai prossimi mesi.