Sicurezza alimentare: secondo i ricercatori, il sistema di valutazione europeo presenta gravi lacune, aggravate dalla carenza di dati disponibili e dall'influenza delle lobby industriali

Cadmio nei cereali per la colazione, PFAS nell’acqua potabile, additivi alimentari nelle carni lavorate. Quasi ogni mese emergono nuove prove di esposizione a sostanze potenzialmente cancerogene che finiscono per occupare le prime pagine dei giornali. Ma una domanda resta spesso sullo sfondo: chi decide se una sostanza è cancerogena?

E soprattutto, come è possibile che migliaia di composti chimici arrivino sul mercato senza che i loro effetti sulla salute siano stati valutati in modo approfondito?

A porre la questione è Valentin Thomas, sociologo e politologo del CNRS (Centro nazionale francese per la ricerca scientifica), che da oltre dieci anni studia i meccanismi di valutazione dei rischi cancerogeni. In un’intervista a Reporterre, lo studioso denuncia le falle di un sistema che, spesso, consente la commercializzazione di sostanze poco o per nulla testate.

Secondo una stima dell’Istituto nazionale francese per il cancro (Inca) e dello Iarc, appena il 4% dei tumori diagnosticati in Francia sarebbe attribuibile alle esposizioni industriali, contro il 28% legato a fumo e alcol.