Una comunità o si rigenera o si spegne

Mario Alberto Marchi

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La Giunta regionale ha messo in fila i comuni che stanno peggio. Duecentocinquantamila euro spartiti tra i venticinque più svantaggiati del 2026 — in testa Posina, Valli del Pasubio, Lusiana Conco, Lastebasse, Valbrenta — dentro la legge regionale 30 del 2007, che in teoria riguarda centotrentatré comuni montani. Accanto corre il fondo per la montagna: almeno trenta milioni l’anno destinati ai livelli essenziali di assistenza nel triennio 2026-2028. L’assessore Dario Bond rivendica il cambio di racconto, la montagna non più come problema ma come opportunità.

Le cifre, purtroppo, raccontano ancora un’altra velocità. Al 31 agosto scorso la provincia di Belluno contava 197.177 abitanti, qualche centinaio in meno rispetto a inizio anno; il tasso di natalità è inchiodato a 5,4 per mille, e le proiezioni dell’Istat parlano di ventimila residenti in meno entro il 2050. Persino Cortina, che periferica non è, è data in calo di oltre mille abitanti. Lo spopolamento, del resto, non lavora a caso: risparmia il capoluogo e la cintura urbana, colpisce il Cadore, l’Agordino, il Feltrino, cioè le terre più alte e più lontane dai servizi. Una condizione che andrebbe guardata in faccia. Il Pil per abitante sfiora i quarantamila euro e l’occupazione è piena, ma la provincia ha la più bassa densità imprenditoriale dell’arco alpino confinante: appena 6,5 imprese ogni cento abitanti, meno di tredicimila aziende attive a fine 2024. E dove la demografia arretra, arretra anche l’economia di prossimità: tra il 2019 e il 2024 il Feltrino ha perso l’11,6 per cento delle imprese, il Bellunese l’8,1, il Cadore il 5,8. Si chiude la bottega perché non c’è più il paese, e il paese si svuota anche perché ha chiuso la bottega.