Erano considerati montani, ma ora non lo sono più. Si tratta di 24 Comuni trevigiani, vicentini e veronesi, che in base ai nuovi criteri della legge Calderoli, rischiano di non rientrare nel riparto dei contributi che a livello nazionale superano i 100 milioni e di cui in ambito regionale beneficerebbero gli altri 133 enti rimasti nella categoria. «Servirà il supporto della Regione per farli accedere almeno ai fondi Fosmit», dice Mario Conte, presidente di Anci Veneto, annunciando per venerdì 17 aprile a Cortina d’Ampezzo gli “Stati generali dei Comuni montani”.

Al centro del convegno, al di là delle criticità e delle buone pratiche nell’amministrazione delle terre alte, ci sarà proprio questo interrogativo: “Legge 131/2025 per la riclassificazione delle zone montane: quali ripercussioni per il territorio veneto?”. Della norma approvata lo scorso anno, Conte riconosce la volontà di «contrastare i rischi derivanti dal clima e dallo spopolamento», ma evidenzia pure le conseguenze di «specifici criteri che dovranno essere analizzati per bene, dato che allo stato attuale delle cose, sarebbero 24 i Comuni veneti che non rientrerebbero nella nuova classificazione».

Sono appunto 5 nel Veronese (tra cui il capoluogo scaligero, per effetto di una valutazione in realtà più storica che geografica), 10 nel Vicentino e 9 nel Trevigiano (Cappella Maggiore, Castelcucco, Cordignano, Farra di Soligo, Monfumo, Pederobba, Pieve di Soligo, Refrontolo e Vidor). Il paradosso è che molti di loro appartengono tuttora alle Unioni montane. Il fatto però è che, a differenza degli altri 133, questi centri non rispettano i nuovi parametri, come ad esempio la necessità che almeno il 20% della superficie comunale sia sopra i 600 metri di altitudine e almeno il 25% abbia una pendenza superiore al 20%, oppure che l’altitudine media sia da 350 metri in su e che non meno del 5% abbia una pendenza del 20% o più. Per dire, Sant’Ambrogio di Valpolicella è rimasto fuori per 28 metri. Situazioni simili sono comunque presenti anche in altre zone d’Italia, tanto che nei giorni scorsi alcuni sindaci dell’Appennino tosco-emiliano hanno annunciato un ricorso contro il provvedimento.