Nelle ultime settimane l’Albania è stata attraversata da una crescente mobilitazione contro un progetto di sviluppo turistico di grande scala che interessa l’area dell’isola di Sazan (Saseno in italiano) e della costa di Vjosa-Narta, nel sud del Paese: uno dei territori naturali più preziosi non solo dell’Albania, ma dell’intero Adriatico.
La mobilitazione è iniziata lo scorso mese di maggio dopo che le ruspe sono entrate nell’area protetta del delta della Vjosa, senza autorizzazioni né comunicazioni pubbliche preventive, secondo l’organizzazione Mongabay, abbattendo boschi di pini d’Aleppo, spianando dune di sabbia e aprendo strade attraverso aree naturali rimaste finora relativamente integre. L’intervento ha portato decine di migliaia di persone a scendere nelle strade di Tirana, chiedendo maggiore responsabilità ambientale e le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
La vicenda ha attirato l’attenzione dei media nazionali e internazionali perché al centro del dibattito non c’è soltanto la realizzazione di un nuovo resort di lusso e di infrastrutture turistiche, ma una domanda più ampia: quale equilibrio vogliamo tra sviluppo economico e tutela degli ecosistemi?
La mobilitazione, ormai conosciuta come “Flamingo Revolution”, ha coinvolto cittadini, associazioni ambientaliste e organizzazioni della società civile, che chiedono maggiore trasparenza, il rispetto delle norme di tutela e una valutazione rigorosa della compatibilità ambientale del progetto. Anche a livello internazionale la vicenda ha suscitato attenzione: l’organizzazione Avaaz, tra le altre, ha promosso una petizione per chiedere al governo albanese di fermare lo sviluppo del progetto turistico dell’isola di Sazan e del paesaggio di Vjosa-Narta, richiamando l’attenzione sul valore naturale dell’area.











