di Viviana Mazza
Abbiamo trascorso una giornata al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, tra funzionari, aule e Agenzie. Per capire se funziona, e come, la più grande organizzazione dedicata alla ricerca della pace
I turisti in visita, i colori degli abiti tradizionali misti a quelli occidentali, la vista mozzafiato sull’East River, lo staff del Vienna Café che canta vecchie canzoni d’amore. È un venerdì pomeriggio a Palazzo di Vetro. Le scale mobili – simbolo della crisi dell’Onu, dopo che una di esse si fermò quando Donald Trump andava all’ultima Assemblea generale – funzionano. Ma dietro l’apparenza di normalità è in atto una crisi finanziaria che è anche fondamentalmente una crisi politica: i Paesi che dovrebbero contribuire alle Nazioni Unite stanno trattenendo deliberatamente i fondi per spingere riforme politiche, ridurre le spese dell’Onu e/o esprimere insoddisfazione per certe politiche. Un approccio che rischia di erodere la fiducia internazionale nell’abilità dell’organizzazione di portare a termine la sua missione.
Per chi lavora qui è stato desolante nei mesi passati vedere andar via tanti colleghi (il 18% circa, 3.000 impiegati in meno nel segretariato). Restano incertezze sul futuro di alcune agenzie e programmi, e sulla direzione futura con l’arrivo di un nuovo segretario generale l’anno prossimo. L’attuale segretario generale Antonio Guterres ha lanciato la riforma UN80 per rendere l’organizzazione più efficiente, ed è qualcosa in cui credono tutti gli Stati membri, salvo frenare quando va contro i loro interessi. Guterres ha ironizzato che gli chiedono d’essere “coraggioso” in una riunione e “cauto” in quella successiva. Ma parlando con alcuni veterani, troviamo anche grande determinazione nel superare la tempesta. Non vogliono immaginare un mondo in cui la Dichiarazione universale dei diritti umani va a finire nel tritadocumenti.






