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Redazione Scuola
Alla guida del Mathias Corvinus Collegium, think tank conservatore vicino all'ex premier ungherese e teorico della democrazia illiberale Orbán, Furedi teorizza l'importanza dei confini contro il multiculturalismo e la cancel culture
Nato nel 1948 in Ungheria da una famiglia che lasciò il paese dopo la rivoluzione del 1956 per trasferirsi in Canada e poi nel Regno Unito, professore emerito di Sociologia all'Università del Kent, autore di una trentina di libri, studioso della sociologia della conoscenza e dell'educazione, del ruolo della paura e dell'incertezza, nonché delle guerre culturali nelle società occidentali, Frank Furedi è forse la sorpresa della prima prova della maturità, con un brano tratto dal saggio «I confini contano. Perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare frontiere» (2021), edito in Italia da Meltemi. Un'opera controcorrente, com'è del resto tutta la riflessione di Furedi.
In un'epoca di globalizzazione e migrazioni di massa, mentre nel dibattito pubblico di moltiplicano gli appelli ad «abbattere le frontiere», i confini vengono ritenuti irrilevanti, discriminatori o reazionari. E' il concetto stesso di confine ad essere sotto attacco, secondo Furedi: nelle società occidentali, infatti, anche le tradizionali linee di demarcazione tra pubblico e privato, uomini e donne, adulti e bambini, esseri umani e animali, cittadini e non cittadini sono spesso condannate come arbitrarie, innaturali e ingiuste. E ciò mentre imperversa la politica dell'identità, che paradossalmente non fa che tracciare nuovi confini simbolici.










