Uno spiraglio di luce in un orizzonte di morte, quella che “verrà” metaforicamente con gli occhi di Constance Dowling e poi nella realtà il 27 agosto in una stanza dell’Hotel Roma, a Torino. Nella raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi“, dominata da toni cupi e dai presentimenti di suicidio che il poeta aveva disseminato nel corso di tutta la sua opera fin dagli anni della gioventù, la poesia “Passerò per piazza di Spagna“, datata 18 marzo 1950, si apre come un ultimo inno alla vita prima del buio definitivo. Dedicata all’attrice statunitense, estremo disperato amore di Cesare Pavese che per lei e la sorella Doris aveva scritto anche soggetti cinematografici, la poesia funziona per contrasto rispetto al resto della raccolta.
Se le altre liriche descrivono una natura immobile, una “terra che dolora e che tace”, a piazza di Spagna esplode la primavera di Roma – che lo scrittore conosceva per averci vissuto e lavorato quando negli anni ’40 si trattò di gestire l’ufficio romano della casa editrice Einaudi – compaiono “fiori spruzzati di colori“, “rondini” e “terrazze“. Il silenzio d’angoscia delle altre liriche lascia il posto al suono: “le scale le terrazze le rondini canteranno nel sole” e “le pietre canteranno”.










