Peggio della retorica su Marcelo Bielsa poteva esserci solo una tripletta di Messi all’esordio, con tutto il carrozzone di lacrimevoli commenti su quanto è forte, decisivo, unico, geniale, bello, alto e simpatico il numero 10 dell’Argentina che fa gol alla temibile Algeria ed evidentemente approfitta di un guasto in sala Var per lasciare un autografo coi tacchetti sul polpaccio di un avversario senza essere espulso (poi certo, se il paragone è con il Cristiano Ronaldo in versione sagoma cartonata visto nell’immonda partita tra un Portogallo di piacioni palleggiatori e una Repubblica democratica del Congo allenata da Massimiliano Allegri, sono bravi tutti a fare meglio). Rosicone, penserete voi. Certo, rispondo io: in questa rubrica ce l’abbiamo a morte con il circo mediatico che accompagna Messi da oltre un decennio, non smetteremo certo ora solo perché è nella fase in cui trasforma l’acqua di un torneo moscio nel vino dell’onanismo dei vari Lele Adani che abitano questo mondo. Quando ieri mattina ho letto della moltiplicazione dei dribbling e dei gol contro l’Algeria, del pianto dopo la prima rete, del paragone con le sofferenze fisiche di Nadal, della sua indifferenza ai record e alle statistiche, del suo aleggiare sopra alla voglia di vincere con pietosissimi “voglio solo divertirmi, non mi interessano i numeri”, o della frecciata a CR7 con quel “Ronaldo il Fenomeno per me è stato il più grande goleador”, ho prenotato subito un volo per le Falkland da dove seguirò il resto di questa coppaccia del Mondo (voi che mentre leggete sapete quanto ha fatto l’Inghilterra, abbiate pietà di me che scrivo questo articolo prima di entrare nella spirale delle sbronze causate dai Tre Leoni). A proposito di sbronze, qualche solerte amico mi ha girato l’introduzione ad Argentina-Algeria di Riccardo Mancini. (segue a pagina due)Una surreale lettera d’amore a Messi che il telecronista di Dazn ha letto al microfono dandogli del tu, parlando di “atto rivoluzionario”, “periodo storico che stiamo attraversando”, “peso della narrazione che ti ha perseguitato”, “tu hai vinto e lo hai fatto per quello che sei”, “campione, leggenda, unico”, “qualcosa di molto profondo” che si è risolto in Messi, il tutto – immagino – nudo nella cabina di commento con solo le cuffie in testa.Ora non sarò certo io a pretendere che si desse più di tanto spazio alle gesta della Nazionale algerina, ma forse c’è un limite, ad esempio non esultare quando viene annullato un gol all’Algeria parlando di “spavento preso”. Lo so, la mia è una battaglia persa quasi come quella contro chi si esalta per i risultati delle piccole al primo turno del Mondiale: in questa fase, non potendo commentare il calcio, si rincorre il sentimento, ed ecco quindi siti, giornali, social e newsletter pieni di quelli che la sanno lunga che ci spiegano come ormai Capo Verde valga la Spagna e Haiti il Brasile. Gli stessi che alzano il ditino contro chi, in Italia, dice “se c’è la Giordania potevamo esserci anche noi”: come vi permettete, razzisti, a non avere ancora abbracciato l’inclusivismo globalizzato di questo bellissimo Mondiale che regala ai podcaster un sacco di statistiche nuove e storie formative?
Lo spettacolo latita e su Dazn e Mancini si eccita per Messi in lacrime
In questa rubrica ce l’abbiamo a morte con il circo mediatico che accompagna la Pulce da oltre un decennio, non smetteremo certo ora solo perché è nella fase in cui trasforma l’acqua di un torneo moscio nel vino dell’onanismo dei vari Lele Adani che abitano questo mondo













