La transizione energetica sarà quanto più diffusa, veloce, basata su impianti di piccola scala e governata democraticamente tanto più riusciranno ad affermarsi le comunità energetiche rinnovabili. Però, secondo un audit svolto dalla Corte dei conti europea (Relazione speciale 10/2026) in quattro Stati membri rappresentativi della situazione dell’UE (Italia, Olanda, Polonia e Romania), il loro potenziale è ancora tutto da sfruttare per l’opacità normativa, le complessità burocratiche, lo scarso impegno dei governi per promuovere la partecipazione dei cittadini, i ritardi nella connessione alle reti di trasmissione, i pochi incentivi ai sistemi di stoccaggio.
I MAGISTRATI CONTABILI EUROPEI sottolineano l’importanza del ruolo delle comunità energetiche nell’imprimere un’accelerazione alla transizione energetica, nel renderla accessibile a tutti e nel rafforzare la dimensione sociale dell’energia e auspicano che la loro analisi ne promuova lo sviluppo.
SCARSA CHIAREZZA. La Corte dei conti rileva un difetto di fondo: le definizioni giuridiche di comunità energetiche sono ambigue e confuse. Le direttive RED II e IMED contengono due definizioni giuridiche di comunità energetica che generano «ambiguità e confusione» oltre che sovrapposizioni su governance e finalità. In base a queste norme esistono le «Comunità energetiche rinnovabili» e le «Comunità energetiche dei cittadini»: le prime possono produrre solo energia rinnovabile, hanno limitazioni geografiche, e il loro controllo è in capo a persone che si trovano vicine al progetto/impianto, mentre le seconde possono produrre anche energia non rinnovabile, non hanno limitazioni geografiche e una gamma più ampia di membri senza controllo efficace.












