di Rocco Ciarmoli

Con il decreto FER X, approvato dalla Commissione Europea l’8 giugno 2026 e firmato dal Ministro dell’Ambiente il 18 giugno, l’Italia si prepara a sostenere fino a 37 GW di nuova capacità rinnovabile attraverso incentivi per circa 23 miliardi di euro. Non si tratta di fondi europei ma di risorse prelevate dalle bollette elettriche degli italiani, trasferite agli operatori tramite il GSE sotto forma di tariffe garantite per vent’anni.

Il meccanismo funziona come un contratto per differenza: se il prezzo di mercato scende sotto la tariffa concordata, il GSE integra la differenza; se sale oltre quella soglia, il produttore restituisce l’eccedenza. Un sistema che garantisce maggiore stabilità dei ricavi agli investitori e riduce la loro esposizione alle oscillazioni del mercato. Eppure nel dibattito pubblico continua a mancare una domanda fondamentale: chi controllerà economicamente gli impianti che verranno costruiti?

La transizione energetica viene raccontata come una sfida ambientale. Si parla di decarbonizzazione, indipendenza, clima. Quasi mai di proprietà delle infrastrutture. Eppure basta seguire alcune catene societarie per capire cosa si muove dietro le pratiche autorizzative.