Nella masterclass Mondiale viene spontanea una domanda: che problema ha la gente con il talento? Quale invidia, disagio o prospettiva sballata spinge alla critica costante di giocatori speciali? Il calciatore non è certo l’unico mestiere che attira i giudizi capricciosi e umorali, ma è il più esposto e si presta benissimo allo studio.

Messi, Mbappé e Haaland sono entrati nel torneo firmando record. Reti legate a storie personali che gonfiano i numeri e fanno lievitare i risultati, rimbalzare le immagini. La standing ovation per la tripletta di Messi che diventa il solo, a 357 giorni oltre i 38 anni in grado di segnarla. L’abbraccio di Scaloni, ct che con lui ha vinto un Mondiale e pensava di non rivederlo più. Lo credevano in tanti, come dimostra una telecronaca inglese della partita in cui l’Argentina è uscita dai Mondiali 2018: «Sicuramente è l’ultimo». Si è preso quello successivo e ancora c’è, con l’aura da totem che lo rende immune ai cartellini più banali, con la firma del fenomeno che ha esordito 20 anni fa e ancora fa meraviglie. Altre meraviglie.

A tracciarne la rotta, sull’impulso di tanti racconti, pareva in un esilio da prepensionato a Los Angeles, dove ha ritrovato la condizione fisica per chiedere il meglio alla maturità. Nessuno è eterno, Cristiano Ronaldo, pure dopo stagioni stratosferiche che lo dovrebbero mettere al riparo dall’acidità, è costretto a fare i conti con quel che gli resta in America, ma a un tale livello (e Messi ha una quota tutta sua) ci si è guadagnati il diritto di pretendere che l’universo ti orbiti intorno, almeno fino a che lo sai reggere. L’accusa più frequente rivolta a Mbappé.