Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiRazionalizzazione della rete vendita, singoli negozi più efficienti, consumi deboli e costi industriali crescenti, uniti alla necessità di creare posti di lavoro in un mercato che tende alla concentrazione: non mancano insomma le sfide per il retail e le aziende consumer italiani. Ecco perché resta d’attualità, soprattutto oggi tra conflitti internazionali e rigurgiti inflattivi, il binomio industria-canali di finanziamento pensando non solo all’accesso al credito ma anche e soprattutto ai fondi privati e pure alla Borsa.
La via (poco battuta) della Borsa...
Nell’ipotesi quotazione, per esempio, su 363 pmi quotate il 29% proviene dal mondo consumer e il 21% da quello industriale, secondo il nono «Quaderno di ricerca» firmato Intermonte e Politecnico di Milano. In particolare, le top 25% delle 363 piccole e medie imprese (circa 90 aziende) hanno registrato nei cinque anni successivi alla quotazione (nel periodo 2011-2025) una crescita dei ricavi aggregati pari al 102%, un ebitda e utile netto entrambi su del 203%. Sul fronte occupazionale, gli addetti sono aumentati di oltre 9.800 unità, passando da 13.951 a 23.845 (+71%). Certo, quotarsi non è un percorso facile e bisogna entrare nella top 25% ma, per questo, l’investment banking firm ha stilato un decalogo d’aiuto, che peraltro può supportare lo sviluppo aziendale a prescindere dalla Borsa, puntando tra l’altro su squadre di management non troppo numerose, preparare un piano credibile di acquisizioni e lavorare per aumentare la copertura degli analisti nel corso del tempo.










