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«Mamma, domani mi pagano lo stipendio e ti mando i soldi per le cure». E’ stata l’ultima telefonata a casa di Waseem Khan, il bracciante pachistano arso vivo ad Amendolara, in Calabria, il primo giugno scorso, insieme a tre cittadini afghani. A raccontarlo all’Ansa è il fratello, Imran Khan, nel villaggio di Toru, nella provincia nord occidentale pachistana di Khyber Pakhtunkhwa. La famiglia chiede il rimpatrio immediato della salma e una giustizia rapida per i responsabili, mentre la madre, malata, non è ancora stata informata della sua morte.Le speranze spezzate nel minibus

I familiari raccontano che Waseem, 29 anni, aveva lasciato il Pakistan in cerca di un futuro migliore e che contava molto sul lavoro trovato in un’azienda agricola di fragole in Italia, dove però - secondo il racconto - non riceveva lo stipendio da oltre due mesi. «Il 31 maggio ha chiamato nostra madre e le ha detto che i datori di lavoro avevano promesso di pagarlo il giorno successivo», ha spiegato il fratello: «Le disse 'ti manderò i soldi per curarti e per le spese di casa non appena riceverò lo stipendio domani'. Era molto fiducioso», ha aggiunto Imran. Ma il giorno seguente la famiglia ha ricevuto la tragica notizia: Waseem era stato ucciso insieme a tre colleghi afghani nel minibus dato alle fiamme da altri due pachistani. Un dolore indescrivibile.