L’energia che Einstein volle cancellare dalle sue equazioni è oggi ciò che tiene in espansione l’universo. Le idee che diamo per superate potrebbero essere il termine che manca al mondo nuovo, se smettiamo di scambiare la nostra stanchezza per la loro fine. Soli, gli europei sono una nota a piè di pagina nella storia che altri scrivono. Insieme, sono una costante. Resta da decidere di quale equazione. L’analisi di Rosario Cerra

Nel febbraio del 1917 Albert Einstein introdusse nella relatività generale una correzione, la “Costante Cosmologica”, per una ragione che oggi suona istruttiva. Le sue equazioni descrivevano un universo dinamico; la scienza dell’epoca lo voleva immobile, e a quella convinzione lui si piegò, calibrando quel termine per neutralizzare la spinta verso il movimento. Nel 1929 Edwin Hubble dimostrò che le galassie si allontanano davvero l’una dall’altra, come la teoria originaria, senza correzione, lasciava prevedere. Einstein la cancellò e, stando al racconto di George Gamow, la giudicò il più grave errore della sua vita: aveva sacrificato la correttezza della propria teoria alle convinzioni del momento.

La storia non si fermò lì. Nel 1998 due squadre di astronomi, guidate da Saul Perlmutter, Brian Schmidt e Adam Riess, scoprirono che l’espansione dell’universo accelera, anziché rallentare sotto la gravità. Per descrivere quella spinta tornò utile una costante, ribattezzata “Energia Oscura”, che vale oggi circa due terzi della densità del cosmo. Ottennero il Nobel per la fisica nel 2011. Gli storici della scienza si dividono ormai su quale dei due gesti di Einstein sia stato l’errore: introdurre la costante nel 1917, o cancellarla dopo Hubble. Ciò che era stato dichiarato un imbarazzo reggeva l’espansione dell’universo.