Il 14 maggio 2026, ricevendo ad Aquisgrana il Premio Carlo Magno, Mario Draghi ha pronunciato una frase che andrebbe incisa nei manuali di storia contemporanea: «Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme». Non è retorica. È una diagnosi. Gli Stati Uniti non garantiscono più la sicurezza europea alle condizioni di prima, la Cina non offre alternative, la Russia è il problema. E l’Europa, nel frattempo, continua a comportarsi come se il mondo fosse ancora quello del 2019.

Qualche settimana prima, lo Stretto di Hormuz era stato bloccato da una guerra che gli europei non avevano voluto, non avevano potuto fermare, non potevano ignorare. Settimane in cui le borse del continente hanno bruciato millesettecento miliardi di euro di capitalizzazione. Settimane in cui i prezzi del petrolio sono saliti del tredici per cento in una sola sessione, una base militare italiana in Kurdistan iracheno è stata colpita dai Pasdaran, e Donald Trump ha definito pubblicamente gli alleati europei «codardi» e «tigri di carta». La risposta europea? Una dichiarazione di condanna, un vertice rinviato, un comunicato congiunto. La forma perfetta dell’irrilevanza: si parla per non decidere.