Cominciamo col dire che, nonostante il titolo del libro di cui qui si tratta possa indurre in errore, Albert Einestein, in vita sua mai e per sempre si acquartierò tra le stesse quattro mura. Al contrario, di dimore ne abitò quattordici. L’abitazione del Nobel per la fisica di cui parla il saggio A casa di Einestein, (Piemme, 192 pp, 18,90 euro) di Daniele Manca e Gianmarco Verona, più che un luogo fisico è uno spazio mentale, un tempio in cui si innova e in cui scoperte scientifiche, fermento tecnologico e voglia di cambiamento chiedono una direzione, un ubi consistam cui affidare la propria mission. Quella direzione, quella missione oggi latitanti e che erano presenti in quei protagonisti della cosiddetta “generazione silenziosa”, gli Olivetti, i Mattei, i Ferrero, i Bracco, i Ferrari, i Barilla i Del Vecchio e gli altri capitani di industria che, nel secolo scorso, fecero del nostro paese una potenza industriale mondiale. Ecco, la “casa di Einestein” può essere intesa come una bussola utile a orientarci in una nuova epoca di vorticosa accelerazione scientifica e tecnologica e insieme una metafora per dare un senso a quella che gli autori chiamano superinnovazione.

Attraverso le storie di imprenditori, pensatori e visionari, i due autori esplorano che cosa significa innovare nell’era dell’intelligenza artificiale e dei big data e offrono sei lezioni per sopravvivere e vincere in quest’epoca di cambiamenti radicali nel segno di una sorta di “distruzione creatrice”. Ma perché Manca e Verona hanno scelto Einstein? Perché il padre della relatività incarna la complessità del nostro tempo: scienza e immaginazione, rigore e creatività, intuizione e lavoro paziente. Da qui nascono le sei lezioni del libro. La prima è la consapevolezza di sé: innovare richiede disciplina e la capacità di riconoscere i propri limiti. La seconda è il valore della scienza, sempre più infrastruttura dell’industria contemporanea. La terza riguarda il tempo lungo: la superinnovazione chiede investimenti pazienti, incompatibili con la miopia del breve periodo. La quarta è il rischio, inevitabile e spesso sottovalutato. La quinta chiama in causa le istituzioni, decisive nel creare ecosistemi favorevoli. La sesta è la responsabilità: l’innovazione non è mai neutra e produce effetti sociali, politici e culturali. Oltre alla chiarezza del linguaggio, spicca la ricchezza di esempi.