(Questo testo è apparso su Global, la newsletter di Federico Rampini: per iscriversi occorre andare qui)

A lungo gli europei si sono crogiolati in una loro forma di negazionismo. Hanno continuato a illudersi di essere un «modello», mentre perdevano terreno su tutte le altre aree del mondo.

Focalizzandosi in maniera ossessiva sulla mostruosità di Donald Trump, hanno cercato di non vedere la superiore performance dell'economia americana (che dura da quarant'anni e quindi con Trump c'entra poco). Il Rapporto Draghi ha aperto un'epoca nuova, di introspezione critica, di bilanci severi sulla stagnazione europea. Ora sulla scia di quell'analisi altri stanno smontando i miti europei, un pezzo alla volta. Un contributo interessante arriva da uno studio originale della banca centrale del Belgio. Arriva a conclusioni molto simili al Rapporto Draghi sulla gravità della crisi europea; però esclude in modo categorico che la risposta possa essere «più Europa». Elaborato da un'autorità monetaria che ha sede nella capitale europea, è inaspettatamente anticonformista, iconoclastico.Lo studio della Banca Nazionale del Belgio, «Eurosclerosis 2.0 in a Changing World: From Repetition to Rupture», firmato da P. Wunsch e G. Langenus, è una delle analisi più severe e lucide pubblicate negli ultimi anni sul declino relativo dell’Europa. Il titolo riesuma il termine «eurosclerosi» in voga negli anni Settanta e Ottanta, quando il continente sembrava soffocato da stagnazione, inflazione, disoccupazione e rigidità economiche. Allora l’Europa reagì con una svolta storica: il Mercato unico, l’apertura commerciale, la concorrenza interna, il contenimento degli aiuti di Stato. Oggi, sostengono gli autori, l’Europa si trova davanti a una seconda eurosclerosi, molto diversa dalla prima e forse ancora più pericolosa, perché si manifesta in un mondo che non va più nella direzione europea.La tesi centrale dello studio è che il modello europeo sta entrando in crisi non solo per motivi economici, ma perché le condizioni geopolitiche e tecnologiche che ne avevano permesso il successo si stanno dissolvendo. L’Europa continua a ragionare come se il mondo fosse ancora quello della globalizzazione regolata, del commercio multilaterale, della diffusione spontanea delle proprie norme e dei propri valori. Ma quel mondo non esiste più. Gli autori parlano di una «rottura», usando un termine ripreso dal premier canadese Mark Carney: il vecchio ordine internazionale basato sulle regole viene sostituito da un sistema più duro, fondato sui rapporti di forza.Per capire la portata della crisi attuale, lo studio torna alle origini dell’eurosclerosi degli anni Settanta. Allora l’Europa era stata colpita da shock petroliferi, inflazione, crescita debole e un aumento massiccio della spesa pubblica. I governi cercavano di proteggere industrie obsolete con sussidi nazionali, generando inefficienze e debito. La risposta fu una rivoluzione liberale: Atto Unico Europeo, mercato integrato, libertà di circolazione, limiti agli aiuti pubblici. Quella scelta funzionò. L’Europa tornò a crescere, la produttività migliorò, il commercio interno esplose.Ma col tempo la crescita si è di nuovo indebolita. Oggi il Pil europeo aumenta appena dell’1-1,5% annuo, mentre gli Stati Uniti hanno preso il largo. In termini di reddito pro capite corretto per il potere d’acquisto, gli americani sono circa il 40% più ricchi degli europei. Nel frattempo anche molte economie emergenti stanno recuperando terreno. La sensazione degli autori è che l’Europa sia rimasta intrappolata in un eterno ritorno delle stesse diagnosi e delle stesse ricette.Qui arriva uno dei passaggi più interessanti dello studio: la critica ai «grandi piani» europei. Dal programma di Lisbona del 2000 alla strategia Europe 2020, fino al piano Juncker e al Next Generation EU, Bruxelles ha continuamente lanciato programmi ambiziosi per trasformare l’economia europea nella più dinamica del mondo. Questi piani hanno prodotto risultati limitati.Il programma di Lisbona prometteva di fare dell’Europa «l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del pianeta». La strategia Europe 2020 rilanciava obiettivi quasi identici: innovazione, crescita sostenibile, occupazione, ricerca, inclusione sociale. Anche il piano Juncker e il fondo Next Generation EU sono stati presentati come svolte storiche. Eppure, osservano gli autori, il divario con gli Stati Uniti non si è ridotto. La produttività europea continua a rallentare. L’innovazione tecnologica resta dominata da America e Cina.Secondo Wunsch e Langenus, il problema è che l’Europa tende a confondere integrazione e crescita. Ogni volta che emerge una difficoltà, la risposta automatica consiste in più coordinamento europeo, più regolazione, più spesa pubblica comune. Questo approccio non affronta le radici profonde della minore dinamicità europea. Anzi, spesso produce l’effetto opposto: un aumento della complessità burocratica e regolatoria. Gli autori additano la proliferazione di verificatori, controllori, specialisti ESG e altri burocrati incaricati di applicare regole che non creano attività economica ma la rallentano.Uno dei capitoli più originali dello studio riguarda il rapporto tra cultura sociale e crescita economica. Gli autori sostengono che parte del rallentamento europeo non è un incidente, bensì il risultato di scelte collettive profonde. L’Europa è una società più protettiva, più avversa al rischio rispetto agli Stati Uniti. Gli americani tendono a credere nella mobilità sociale e nell’idea che il successo dipenda dall’impegno individuale; gli europei sono più pessimisti e più favorevoli alla redistribuzione.Questa differenza culturale ha conseguenze economiche enormi. L’Europa ha mercati del lavoro più rigidi, maggiore protezione sociale, tasse più elevate e più progressive, minore tolleranza per il fallimento imprenditoriale. Tutto questo riduce il dinamismo economico. Gli autori insistono soprattutto sul tema dell’avversione al rischio: gli europei investono meno in venture capital, accettano meno facilmente l’idea della distruzione creatrice, cambiano meno lavoro, tollerano meno il fallimento.Da qui nasce la definizione dell’Europa come società «low risk, low return»: pochi rischi, pochi rendimenti. Un modello che ha garantito stabilità e qualità della vita, ma che fatica a produrre innovazione radicale. L’Europa eccelle nei settori della tecnologia incrementale — chimica, farmaceutica, aeronautica, motori tradizionali — ma resta indietro nelle rivoluzioni dirompenti.Il confronto tecnologico con Stati Uniti e Cina occupa il cuore dello studio. Gli autori sostengono che il vero motore del divario transatlantico sia stato il fallimento europeo nella rivoluzione digitale. L’Europa ha regolato Internet, ma non ha creato giganti del web. Oggi rischia di ripetere lo stesso errore con l’intelligenza artificiale.Tra il 2013 e il 2024 gli investimenti privati in AI negli Stati Uniti hanno superato i 470 miliardi di dollari; la Cina è sopra i 119 miliardi; l’intera Europa resta molto più indietro. La situazione è simile nella robotica industriale: la Cina installa più robot del resto del mondo combinato. L’Europa, nel migliore dei casi, è terza.Il ritardo produce effetti cumulativi: i grandi ecosistemi tecnologici attirano talenti, capitali, ricerca e imprese innovative. Gli Stati Uniti concentrano sempre più il cervello dell’economia digitale mondiale. Molti dei migliori ricercatori e imprenditori tecnologici europei finiscono negli Stati Uniti, attratti da salari più alti, mercati finanziari più profondi e maggiore tolleranza per il rischio.Il punto forte dello studio riguarda la trasformazione geopolitica. Gli autori sostengono che il modello europeo era stato costruito in un mondo favorevole: globalizzazione aperta, sicurezza garantita dagli Stati Uniti, energia abbondante, commercio multilaterale. Oggi tutto questo si incrina. La politica internazionale è tornata a essere una politica di potenza. La capacità europea di imporre le proprie norme al resto del pianeta, si sta indebolendo.Molti Paesi non vogliono più seguire l’Europa sui temi climatici, ambientali o regolatori. Gli autori elencano regole pensate per esportare i valori europei, ma che rischiano di trasformarsi in costi asimmetrici per le imprese europee stesse. Non è più possibile mantenere obiettivi climatici molto ambiziosi, piena apertura commerciale e rigida disciplina sugli aiuti di Stato.Se l’Europa mantiene standard climatici molto più severi del resto del mondo, molte industrie energivore perderanno competitività. Per salvarle servono sussidi o protezioni commerciali. Ma i sussidi minano il mercato unico; le protezioni minano il libero commercio. Dunque una scelta diventa inevitabile. Gli autori invocano un ritorno alle politiche industriali, cioè proprio a ciò che il paradigma europeo post-eurosclerosi aveva cercato di superare.Lo stesso vale per la «autonomia strategica». Se l’Europa vuole riportare sul continente produzioni considerate essenziali — farmaci, semiconduttori, terre rare, difesa — deve intervenire con sussidi, barriere commerciali o nazionalizzazioni. Anche qui i principi tradizionali del libero mercato entrano in tensione con le nuove priorità geopolitiche.Il tempo delle soluzioni facili è finito. Non è possibile avere simultaneamente più crescita, più redistribuzione, più autonomia strategica, più transizione verde, più apertura commerciale e finanze pubbliche sostenibili. Bisogna scegliere. La vera crisi europea non nasce soltanto dalla concorrenza americana o cinese. Nasce dall’incapacità politica e culturale di riconoscere che il modello costruito negli anni Ottanta non funziona più.