Roma, 17 giu. (askanews) – Il possibile invio di dragamine e navi di scorta giapponesi nello Stretto di Hormuz, dopo l’annuncio dell’accordo di pace tra Stati uniti e Iran, si presenta per Tokyo come un dossier ad alto rischio politico: tecnicamente le Forze marittime di autodifesa nipponiche hanno capacità riconosciute nello sminamento, ma trasformarle in una missione operativa all’estero significa muoversi dentro i limiti stretti dell’articolo 9 della Costituzione pacifista e affrontare un’opinione pubblica divisa.

La premier giapponese Sanae Takaichi, parlando lunedì a Roma al fianco della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha accolto l’intesa Usa-Iran come “un passo significativo verso la soluzione della situazione”, aggiungendo che è “importante che l’accordo sia firmato correttamente e che il suo contenuto sia attuato senza esitazioni”. Proprio l’eventuale cessazione effettiva e stabile delle ostilità aprirebbe però il capitolo più delicato per il governo: il contributo a una missione multilaterale per riaprire e mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz.

Il capo segretario di gabinetto Minoru Kihara – principale portavoce dell’esecutivo di Tokyo – ha detto che “nulla è stato deciso” sull’eventuale invio delle Forze di autodifesa. Sui contributi all’assistenza umanitaria e alla ricostruzione delle infrastrutture, ha spiegato che il Giappone “prenderà decisioni appropriate valutando la situazione e le necessità future”. La prudenza riflette il nodo giuridico: Tokyo può sostenere missioni internazionali, ma deve evitare che le proprie attività siano considerate parte integrante dell’uso della forza.