Il giorno del giudizio universale Dio probabilmente punirà chi non ha mangiato carboidrati. Soprattutto a cena. Soprattutto l’ultima. Da Vinci e Tintoretto hanno entrambi dipinto il pane, così anche Caravaggio nella sua Cena in Emmaus. Prima degli appelli virali dei professionisti della nutrizione, il cristianesimo lo diceva già con l’arte e i versetti biblici che il pane non fa ingrassare. Il firmamento dei meme consacra i carboidrati svelando che il nostro rifiuto è palindromo del nostro desiderio: il cuore è pro carbs, ma a stecchetto. Il mondo delle diete è scosso da un apocalisse dopo l’altro: si passa dal bere frullati dimagranti a mangiare solo carne cruda. È un estremismo alimentare in cui il bene e il male si contendono le visualizzazioni. Nel 2025 “high protein” batteva il record delle ricerche degli americani su Google; nello stesso anno, l’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) diffondeva i dati della Food and agricolture organization (FAO) sull’insicurezza alimentare: nel 2024 il 9,9% degli italiani non poteva permettersi un pasto proteico ogni due giorni almeno. La viralità è tra i motivi per cui oggi le persone decidono di adottare un determinato regime alimentare: è un’adesione ostinata, che spesso offusca le proprie effettive possibilità e risorse. Il cibo funzionale, menzionato dalla BBC tra i trend di quest’anno, rende giustizia all’invisibile: i valori nutrizionali, diventati il motivo per cui scartare o integrare un alimento nonostante il gusto. Il cibo diventa a tutti gli effetti qualcosa a cui ci si può convertire: interessante è il proselitismo dei social che riescono nell’intento senza neanche dare l’opportunità alle persone di guardarsi dentro. “Perché scelgo di introdurre più proteine nel mio corpo?”: la verità resta in sospeso. Le diete sembrano una questione di status, trend e religione: possono coesistere nello stesso post. Quelli di Kayla Bundy sono scattati quasi tutti nella sua villa con piscina a Bali, una Bibbia splende al sole (i versetti sono evidenziati in fucsia) e le sardine sfilettate la difendono dal diavolo: è cibo biblico. Menzionato nelle Sacre scritture almeno settanta volte, dice. Il cristianesimo healthy di questa influencer non riguarda solo lo spirito: fa bene ai capelli, nutre la pelle e assicura che Dio ha un progetto anche per il tuo intestino, se sarai disposto a bere brodo di ossa. Nei commenti c’è gente bloccata nel purgatorio della nutrizione: non può permettersi la biblical diet. La lista della spesa esige un carrello troppo caro e al momento, riferisce un sondaggio di Politico realizzato con Public First a novembre scorso, per il 45% degli americani la difficoltà principale è legata proprio al costo dei generi alimentari.I super food della dieta biblica includono miele crudo, fichi, melograno, cereali integrali, olio d’oliva, cibi eletti che condividono la purezza: carne proveniente da allevamenti al pascolo, pane a lievitazione naturale, latte e formaggi non pastorizzati. Le preparazioni sono quasi tutte casalinghe, tant’è che in America questa religione alimentare è parsa subito in linea con il movimento Make America Healthy Again (MAHA) promosso dal Segretario della salute e dei servizi umani Robert F. Kennedy Jr, più deciso che mai a creare una nuova definizione federale per il termine ultra-processato (il traguardo è ancora piuttosto lontano, non si riesce a trovare un accordo). Le grandi industrie alimentari temono l’estensione del sistema di classificazione NOVA utilizzato dalla comunità scientifica per cui qualsiasi cibo prodotto con ingredienti che non si trovano in una normale cucina domestica (emulsionanti, oli idrogenati) è ultra-processato per definizione: se quella MAHA adottasse questo criterio, rischierebbe di diventarlo tre quarti del cibo americano, incluso lo yogurt, che nell’immaginario comune è considerato un alimento sano. Come scrive il New York Times, alcuni esperti di nutrizione protendono per una soluzione mediatrice, suggerendo al governo di sanzionare solo gli alimenti che non rispetteranno gli standard della Food and drug administration (FDA) per il cibo sano: povero di grassi, zucchero e sodio. Cibo tentatore, per gli influencer della biblical diet. “Sì ma la Bibbia non è un libro di cucina” commenta qualcuno su Reddit (è ateo, forse?), eppure c’è chi in tutta serenità scrive e vende il suo: lo fa la stessa Bundy. La sua guida digitale “Eat like the Bible” costa 27,99 dollari: oltre alla parte più spirituale include qualche dritta culinaria per dei veri pasti biblici. Ci sono masterclass per chi vuole avvicinarsi alla biblical diet (il corso sul sito di Bundy ne costa 97) e attività di coaching individuale che promettono di creare piani alimentari specifici per la fede e il corpo, sempre e comunque in cambio di verdoni. Il punto è che molto spesso chi organizza questi corsi non ha nessuna qualifica in nutrizione. E allora perché la gente ci crede? Secondo la dottoressa Sara Olivieri, dietista, c’è un problema di fondo: seguire il nostro senso di fame è complicato. A livello cognitivo abbiamo già bisogno di prendere una posizione, di qualcuno che ci aiuti a distinguere ciò che possiamo e che non possiamo mangiare, schieramento che sui social funziona benissimo. «Anche un creator senza qualifiche in nutrizione è in grado di fornirci quel famoso controllo esterno che ci risparmia la fatica di doverci autoregolare. Non essendoci dei parametri effettivi per misurare il senso di sazietà, alla gente sta bene farsi indicare cosa mangiare e in che porzione. Se poi tutto questo lo dice in primis un testo sacro, accedere a una masterclass rappresenta quasi una specie di rito d’iniziazione: la persona diventa parte di un club, sentirà di appartenere a qualcosa che spiega finalmente come si mangia. Oltretutto, percependone la sacralità, gli sembrerà anche un po’ giusto».Il bisogno di controllo che non riusciamo a darci da soli, tendiamo a cercarlo fuori: nella dieta, in un nutrizionista, nelle pillole, sulle piattaforme. La biblical diet non ha quel carattere last minute tipico dei trend nati sui social: esisteva già. “The Eden diet”, il libro sull’alimentazione biblica di Rita Hancock, fu pubblicato per la prima volta nel 2008. Instagram nasceva due anni dopo. Ancora oggi su Spotify è possibile ascoltare il podcast “Biblical Nutrition Academy” con Annette Reeder, nutrizionista che vive in Virginia e che segue questo vangelo alimentare da oltre ventiquattro anni: il primo episodio risale al 1 luglio 2020. È come se la visione cristiana epurasse il cibo dallo stress (il peccato), per farlo diventare un punto di contatto buono e giusto con il divino: cessa pertanto il circolo vizioso del cibo colpevole di farci sentire in colpa. Ma il rischio non è forse che mangiare solo sano e puro sia un sedativo a orologeria, destinato prima o poi a esplodere? «Mantenere un’alimentazione costantemente pulita implica dover tagliare fuori qualcosa, come la vita sociale, pur di non ostacolare il meccanismo di restrizione. Chi riesce a restringere e a mangiare solo ciò che dice la dieta avrà la sensazione di poter gestire la propria alimentazione, ma non è così. Restrizione e discontrollo vanno di pari passo: non ci sarebbe nulla di male a mangiare più di una pizza, consapevoli di farlo, e se questa scelta non rappresentasse uno sfogo alimentare (o un discontrollo) dovuto alla restrizione eccessiva della dieta nelle settimane precedenti», spiega Olivieri. Nel quadrante delle diete, compresa quella biblica, le persone diventano l’ago della bilancia mosso dalla folata dell’algoritmo, la cui raffica va da uno a mille contenuti che promuovono questo o quel cibo, app, integratore, pillola o farmaco dimagrante: il risultato è che nessuno sa più a cosa e a chi credere. Prima dei social, questo andazzo era più contenuto, circoscritto alle solite frasi: “Non si mangia la pasta di sera”, “Non si mangia la frutta dopo pranzo”: «Oggi buona parte del mio lavoro consiste nel dover smentire. Faccio molte domande ai miei pazienti per capire in quale misura tutto ciò che vedono sembra vero e fattibile anche per loro. È a tutti gli effetti un lavoro aggiuntivo. Credo che ci sia una specie di “Sindrome di Amazon” per cui appena si desidera qualcosa, il giorno dopo arriva a casa. Davanti a contenuti molto rapidi che sembrano dare una soluzione definitiva al problema, molto spesso non si sta indagando il problema. Ci sono tante persone che fanno e rifanno diete costantemente nel tempo perché in realtà non hanno ben identificato, o magari non ne avevano gli strumenti, che cosa stessero cercando».Il lasciapassare della scienzaDevo dimagrire è un obiettivo che in realtà fa un giro lunghissimo: per sentirsi in pace con se stessi bisogna prima passare dagli altri. La biblical diet sembra dare l’illusione che la performatività non c’entri: dopotutto si tratta solo di seguire la vita che Dio vuole per te. Reeder per esempio racconta che da quando ha iniziato a nutrirsi secondo i principi biblici, i livelli di colesterolo e di pressione sanguigna le si sono stabilizzati. La dieta biblica sembrerebbe quindi perseguire un obiettivo ben più nobile: la salute. «Che però ha lo svantaggio di essere un obiettivo a lungo termine, con un grande margine d’incertezza rispetto al fattore estetico, ben più motivante perché ha una temporalità molto più ridotta. Di per sé stare a dieta è una condizione che sembra avere una scadenza. La salute, sebbene tutti ce l’auguriamo, resta una grande e faticosa incognita».Scienza e religione, da sempre agli antipodi, trovano nella biblical diet un margine di diplomazia: i sette alimenti biblici (orzo, grano, fichi, uva, melograno, olive e miele crudo) sono considerati cibi salutari a livello scientifico. Sono gli stessi alla base della dieta mediterranea, protettrice naturale di fronte a una moltitudine di patologie (tra cui il cancro, ndr) ed efficace in termini di longevità. Nella Bibbia, questi cibi sono menzionati nel Deuteronomio 8:8 (capitolo e versetto, ndr). Se quindi la biblical diet in un certo senso stona con le mode alimentari online, e se per di più condivide alcune verità con la scienza, perché allora sui social circola come un trend e si presenta con le stesse logiche dell’instagrammabile? «Umberto Eco diceva che i social hanno dato a chiunque la possibilità di parlare. A volte, pur avendo delle competenze, anche i nutrizionisti si ritrovano a parlare di sé, a porsi come guru ed esempi da seguire. Ma se tu mi racconti la tua esperienza, allora sei un individuo, non sei più un nutrizionista, e la differenza rispetto a un influencer o un creator è nulla. Persone e competenze sono due cose diverse. E poi, del resto, i social ci hanno permesso di fare una cosa che tutti noi sognavamo da bambini: rompere la televisione per entrarci dentro». Se pure esistono professionisti che li usano con il migliore degli intenti, d’altra parte è facile che il loro linguaggio sfoci in una forma di personal branding costretta a piegarsi all’algoritmo. In sostanza, il grande fraintendimento della biblical diet starebbe nell’uniformità dei suoi discepoli, qualifica più qualifica meno. Per i professionisti c’è poi un lungo corridoio morale che attraversa il binomio dieta-religione: quello in cui credono. «Le proprie credenze dovrebbero restare in disparte e prescindere dalla professione. Certo, succede che alcune dinamiche della propria vita personale motivino la scelta di un determinato percorso di specializzazione, e però un paziente non si rivolge a un professionista perché quel professionista ha avuto il diabete, ma perché ne ha le competenze. Io faccio la dietista» (anziché sono, ndr) «vuol dire che opero il nome di qualcosa che non può avere a che fare con me come individuo», dice Olivieri. Reeder al contrario lo scrive anche sul suo sito che il suo vissuto personale l'ha avvicinata all’alimentazione biblica; e così fa anche Bundy, dopo un passato da ballerina professionista segnato da un rapporto disfunzionale con il cibo.La vera apocalisse è la famePotremmo considerare Instagram una specie di sistema di etichettatura digitale che ha rivendicato l’importanza di dare un nome alle cose. In certi casi quest’azione è superflua perché ci sono cose che un nome ce l’hanno già, ma è comunque utile a riempire uno spazio vuoto in bio. Olivieri si domanda spesso perché anche le diete siano diventate una questione identitaria, un’etichetta informativa che è assolutamente necessario far leggere agli altri. Auguriamoci che ciò non corrisponda a una forma di suprematismo alimentare per sottolineare la superiorità di alcune scelte di vita rispetto ad altre; resta però il fatto che, qualche volta, le diete diventano un motivo in più per sentirsi inferiori. La sfilza di contenuti che promuovono un’alimentazione iper sana può rendere la gente vulnerabile: senza anticorpi, l’insoddisfazione proietta più ombre. «Se non avessi fatto questo lavoro, quanto distacco e quanta protezione avrei avuto davanti alla raffica di contenuti che inneggiano alla magrezza e all’utilizzo di quel farmaco o integratore?». Se l’interrogativo di Olivieri in qualche modo ci scuote, significa che la vera apocalisse non è la fine del mondo: è la fame. Con i social, il nostro bisogno fisiologico di cibo è diventato un desiderio a cui mettere fine. Non possiamo, non dobbiamo (spoiler: vogliamo). La rappresentazione ossessiva di tutto ciò che di salutare c’è nel piatto fa sì che l’inizio del nostro pranzo corrisponda alla fine del desiderio di pizza/hamburger di qualcun altro. La fame è l’apocalisse nel momento in cui, senza di lei, non proviamo più niente. E non vogliamo più niente, inclusa la socialità. Se la pioggia di meteoriti dell’apocalisse descritto nella Bibbia corrisponde alle iniezioni dimagranti per non sentire più neanche il food noise, vale forse la pena domandarci in quale dei due mondi (online o offline) vogliamo ancora sentirci vivi.