«Il peccato è entrato nel mondo attraverso il cibo, e Satana non si ferma lì. Il cibo, per me, è davvero come un’arma con cui posso difendermi». Bundy, cresciuta nel Michigan e ora residente a Bali, dopo aver notato un miglioramento nella sua alimentazione eliminando lo zucchero raffinato, ha iniziato a «studiare le Scritture prestando attenzione a ciò che mangiamo». La ragazza ammette apertamente di non avere qualifiche in nutrizione, ma vende una guida digitale sui supercibi biblici al costo di 28 dollari, oltre a sessioni di coaching che partono da circa 700 dollari al mese. La sua storia la racconta il New York Times, in un articolo che esplora la nuova tendenza social che vede i piatti della Bibbia diventare un riferimento gastronomico, con la nutrizione spiegata dai fedeli.
C’è chi comincia la giornata con un espresso, chi con una spremuta, chi con una corsa. E poi c’è chi la inaugura con una tazza di brodo di ossa, una preghiera e un passo dell’Antico Testamento. Negli Stati Uniti, dove il confine tra spiritualità, consumo e costruzione dell’identità è spesso più permeabile che altrove, sta prendendo forma il “biblical eating”, l’alimentazione biblica. Non una dieta codificata, non un protocollo clinico, non una religione alimentare nel senso classico del termine. Piuttosto una galassia di pratiche che mescola fede cristiana, nostalgia rurale, diffidenza verso l’industria alimentare e cultura della performance personale.







