Tonache e ring light: nel vortice dei religiosi che diffondono il Verbo attraverso i social. Perché attirano così tanti follower? Perché semplificano. Ma a quale costo?

di Mattia Insolia

Non molto tempo fa, un mio amico mi ha detto che il suo algoritmo di TikTok si era rotto. Da giorni non faceva che mostrargli preti che raccontano il Vangelo e la Bibbia. Non ho TikTok, così gli ho chiesto di farmene vedere qualcuno. E davanti mi si è aperto un mondo. Trovati pure su Instagram, il mio algoritmo ho deciso di romperlo con coscienza, e sono entrato nel tunnel.

C’è qualcosa di ipnotico nel sentirli parlare, questo va ammesso. Però, al tempo stesso, c’è qualcosa di disturbante nel vederli comparire subito dopo un reel di un live di Rosalia o Harry Styles o di bombardamenti in Iran o Gaza. Ma che la mescolanza di temi e accadimenti sui social sia raccapricciante è un fatto, e sorvolerei ché parlarne sarebbe superfluo.

La scena, tendenzialmente, è questa: un sacerdote, spesso giovane, dai tratti curati, condensa l’esegesi di Marco, o la caduta di San Paolo sulla via di Damasco, o il ritorno del figlio prodigo in un reel da un minuto. Nella maggior parte dei casi ha la bibbia tra le mani, sulla scrivania. A volte sono video meno esplicitamente catechizzanti: il sacerdote, non più fermo ma a passeggio, risponde a domande che hanno natura più concreta e quotidiana; che fare con l’invidia per un amico, come controllare la rabbia, cosa rispondere a chi ci tratta male, come gestire la solitudine.