Funghi saltati, cipolle sott’olio, cavoletti organici, hummus e melanzane, salsiccia di pollo, yogurt greco con limone: non vi sto invitando a pranzo, sto descrivendo l’immagine con cui il New York Times ha illustrato un articolo che saluta la moda del Biblical eating, ossia il giudeocristianesimo per nutrizionisti. Si tratta di una voga nata online, con content creator fondamentalisti che su TikTok hanno follower a vagonate e propongono manicaretti tratti dalle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, quando non si sbilanciano e spiegano che Gesù moltiplicò i pani e i pesci perché patrocinava una dieta ben bilanciata fra carboidrati e proteine.E’ l’ennesima contorsione spirituale della smania salutista, peraltro ben radicata nel secolo: il Biblical eating è infatti tornato in auge di recente, ma già nel 2008 era apparso un manuale intitolato “La dieta dell’Eden”, presumibilmente da consumarsi indossando soltanto foglie di fico ed evitando di mettersi a parlare coi serpenti. C’è tuttavia anche un più profondo afflato esegetico, che ci dice qualcosa delle ultime evoluzioni dell’anima ai nostri tempi. Il sottotesto di questa tendenza è infatti che la storia stessa dell’uomo, con la caduta e la successiva redenzione, sia anzitutto storia alimentare: stando alla lettera della Genesi, il peccato originale consiste nell’aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene o del male, trasgredendo un comandamento piuttosto lasco, poiché consentiva comunque di servirsi da tutti gli altri alberi del paradiso terrestre. Lo sgarro di Eva ha avuto conseguenze sulla linea di tutta la sua discendenza e il Biblical eating cerca di porvi rimedio, sperando non sia troppo tardi.Come per ogni follia virtuale, prospera all’ombra del Biblical eating un merchandising fin troppo reale, che propone una guida ai superfood biblici per soli 28 dollari oppure una consulenza in pianta stabile per soli (si fa per dire) 700 dollari al mese: indubbiamente comprare una Bibbia costa meno, poi bisogna soltanto avere la pazienza di leggerla integralmente tenendo pronto il quaderno dove appuntare le ricette. Occhio, però, alle sorprese. E’ vero, infatti, che nella Bibbia si mangia e si beve spessissimo: Noè pianta la vigna e si ubriaca, Esaù vende la primogenitura per una minestra di lenticchie, Giacobbe inganna Isacco con della selvaggina, i fuggitivi dall’Egitto si nutrono di manna e quaglie, l’inappetente Saul si fa tentare da un vitello impanato, Eliseo fa preparare una zuppa di erbe e zucche, perfino Raffaele arcangelo finge di mangiare pur di non offendere il suo ospite Tobia. Gesù trasforma l’acqua in vino, spezza il pane coi discepoli, fa seccare un sicomoro perché non porta frutto (“Non era la stagione dei fichi”, specifica san Marco) e, da risorto, cena coi viandanti a Emmaus. Anche l’Apocalisse offre una conclusione per certi versi correlata, con Dio che vomita i tiepidi dalla propria bocca.E’ vero anche che non tutte le ricette bibliche meritano di essere seguite passo passo. Come regolarsi altrimenti con il Signore che promette agli ebrei che si sazieranno non solo dei cavalli nemici, ma anche dei cavalieri (Ez 39, 18-20); con Mosè che ventila il rischio che perfino le donne più delicate si vedano costrette a cibarsi di nascosto dei propri nascituri, estratti a forza dal ventre (Dt 28, 56-57); con Ezechiele che si rifiuta di cuocere del pane su degli escrementi umani (Ez 4, 12-15) e ottiene di limitarsi a farlo su dello sterco di vacca? Sarebbe un Biblical eating piuttosto radicale. Per fortuna Gesù, in barba a ogni futuro tentativo di ricettario biblico, dice a chiare lettere che “non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma ciò che ne esce”. Ai content creator cristianeggianti che spopolano sui social, ai loro follower concentrati nelle pieghe più retrive del protestantesimo integralista, gioverebbe ricordare che lo spirito vivifica, mentre la lettera, se non uccide, può risultare piuttosto indigesta.