La sentenza di ieri sulla Torre Milano dice che di reati non ce n'erano. È il primo degli innumerevoli filoni aperti che va a sentenza e la Procura debutta con una batosta

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Solo arrampicandosi sugli specchi i pm che hanno provato a riscrivere la storia recente dell'urbanistica milanese come una storia criminale, possono dire di non avere perso. Ma ci stanno già provando. "Grazie a noi le cose sono cambiate", dicono. Dimenticando per l'ennesima volta che il loro compito non è cambiare il mondo, ma reprimere i reati. La sentenza di ieri sulla Torre Milano dice che invece di reati non ce n'erano. È il primo degli innumerevoli filoni aperti che va a sentenza e la Procura debutta con una batosta. Che, va ricordato, è stata preceduta da un'altra sconfitta eclatante: l'azzeramento totale, nell'agosto scorso, della raffica di arresti che segnò il punto più alto dell'offensiva giudiziaria lanciata dal procuratore aggiunto (oggi candidata vicesindaco) Tiziana Siciliano in nome della "democrazia urbanistica". Di espressioni simili che sembravano tratte più da un volantino degli anni Sessanta della cellula del Movimento Studentesco che da un atto giudiziario, pullulavano i fascicoli d'inchiesta del pool guidato dalla Siciliano. "Innocue sgommate", le ha definite uno dei pm. Ma innocue non erano, perché hanno oscurato la vista degli inquirenti, hanno fatto leggere con gli occhiali dell'ideologia carte che dovevano essere interpretate con freddezza analitica, hanno tradotto in richieste di cattura la tesi del "sacco della città", hanno trasformato la critica alla gentrificazione in notizia di reato. Il risultato è un marasma di fascicoli dove tutto si mischia, orrori edilizi (che ci sono) e recupero urbano.