Con il nego-box, i ministri ciprioti Makis Keravnos e Marilena Raouna hanno raggiunto il risultato massimo di mettere tutti d’accordo sull’espressione manzoniana: «questo bilancio non s’ha da fare!». Non s’ha da fare per i cosiddetti frugali, guidati dalla Germania, che frugale non lo è più dopo aver rotto il tabù del rigore finanziario sancito dalla Legge fondamentale e aver deciso di investire somme ragguardevoli per creare l’esercito più forte del mondo, dopo gli anni oscuri della ministra della Difesa Ursula von der Leyen.
Non s’ha da fare per i paesi beneficiari netti, che dovrebbero essere almeno sedici, ma che sommano i veri beneficiari netti e anche contributori netti sulla carta, come l’Italia, che verserebbe nelle casse dell’Unione europea più euro di quanti ne dovrebbe ricevere, se non si calcolassero gli euro del Pnrr e gli euro che giungono all’economia italiana dai programmi a gestione diretta e, soprattutto, dal valore aggiunto del mercato unico europeo.
In questo spirito, vale la pena ricordare che, da oltre cinquant’anni, in Italia si calcola la partecipazione italiana al bilancio europeo solo sul rapporto contabile fra il nostro contributo – comprendendo euro che nostri non sono: i dazi, una quota dell’Iva, i prelievi agricoli, i dazi sull’isoglucosio… – e quello che riceviamo con la Pac e la coesione, incorrendo in errori gravi come quello dell’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, che si adeguò allo slogan di Margaret Thatcher «I want my money back», o le più recenti e improvvide minacce di Matteo Renzi e Matteo Salvini di non pagare più i contributi al bilancio europeo.










