Una donna è piegata in due nella vasca, e l’acqua intorno a lei si tinge di rosso. Dal suo corpo è appena uscita una figlia nata morta e la voce strozzata dal pianto chiede scusa: a sé stessa, alla bambina perduta, alla sorella che la stringe. Non c’è spiegazione né raccordo. Il dolore viene mostrato nella sua materia anziché essere illustrato, elaborato.

È così, su questa soglia insostenibile, che Kristen Stewart apre La cronologia dell’acqua, esordio alla regia presentato a Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025, tratto dall’omonimo memoir di Lidia Yuknavitch (uscito negli Stati Uniti nel 2011, pubblicato in Italia da Nottetempo nel 2022 nella traduzione di Alessandri Castellazzi).

La scrittura di Yuknavitch non intende addomesticare il trauma o addolcirne il ricordo. La sua prosa rifiuta la linearità e risoluzione, ma soprattutto la narrazione di sé come arco evolutivo dalla caduta alla redenzione: la frase si rompe di continuo, nel testo, perché qualcosa, dentro Lidia, si era rotto già da tempo.

Stewart non tradisce questa natura disomogenea e disgregata, trasferendola sullo schermo con la stessa intransigenza con cui era stata costruita sulla pagina. Anche in questo caso, non ci sono smussature o ricomposizioni a partire dalla narrazione, ma un montaggio discontinuo di lampi, soglie e apparizione dove tempo e spazio si disfano, come accade all’interno di un corpo che non riesce più a contenere la propria storia.