La Puglia vive una fase di profonda metamorfosi. Lo dicono i numeri del turismo, le masserie trasformate in resort di lusso, i lidi diventati set per i social, l'inglese che nei vicoli si mescola al dialetto. Eppure, sotto la superficie sopravvivono alcuni tratti arcaici. Li associo alle due anime della regione: da una parte quella rurale, scandita da ritmi d'altri tempi; dall'altra quella dinamica dei centri urbani, dove la vita viscerale non si piega, nemmeno sotto il flusso dei visitatori. Del resto, come circoscrivere a una sola essenza una terra così composita? Non per niente, per secoli, sulle carte geografiche compariva al plurale: le Puglie. C'è un doppio movimento — del resistere e del cambiare — che si manifesta in due situazioni per me emblematiche, una di campagna e l'altra di città.

Attraverso il Parco delle dune costiere, nel tratto che unisce i territori di Fasano e Ostuni. Lo percorro nel tardo pomeriggio, in quel limbo di tempo tutto per me che riesco talvolta a rubare alla routine degli spostamenti tra Bari e Lecce, dove vive mia figlia Eva. Una radura punteggiata da sparsi ulivi monumentali, solcata da lame carsiche e presidiata da antiche masserie in semiabbandono. Un paesaggio assolato che evoca suggestioni ancestrali, quasi africane: se in quel silenzio abbacinante incrociassi dei pastori Masai con il loro gregge, non sembrerebbe un miraggio. Qui si coltiva ancora il pomodoro Regina con l'antichissima tecnica dell'aridocoltura, simbolo di adattamento climatico, si respira il profumo del mirto selvatico mescolato all'odore acre del letame.