C’è un dato, nell’ultimo Rapporto della Banca d’Italia sull’economia regionale, che vale più di molti discorsi. Nel 2025 il valore aggiunto dell’industria pugliese ha continuato a perdere terreno, gli investimenti delle imprese sono andati indietro, e il manifatturiero non riesce a sostituire ciò che la grande siderurgia ha smesso di produrre.
Non è un incidente di percorso. È il segno di un modello che si è esaurito e che attende, da troppo tempo, di essere ripensato.
La questione meridionale, oggi, ha questo volto preciso.
Non più solo il divario di reddito o di occupazione, ma la difficoltà di una regione a darsi una nuova base produttiva quando quella vecchia arretra. La Puglia ha vissuto per decenni all’ombra di pochi grandi poli industriali, energivori e ad alto impatto. Quando quei poli entrano in crisi, il territorio scopre di non avere ancora costruito l’alternativa.
È lì che si gioca la partita, e si gioca adesso, perché le finestre per attrarre capitali e tecnologie non restano aperte all’infinito.








