Il problema della Puglia non è la mancanza di soldi. È come usa quelli che ha già, in larga parte vincolati. È qui che si misura una classe dirigente. Non negli annunci, ma nella capacità di trasformare risorse già destinate in opere finite, treni che arrivano, liste d’attesa che calano. «Fondi liberi pari a zero» non è contabilità. È politica. Dice che la Regione muove un bilancio vicino ai sedici miliardi, ma dichiara margini liberi sostanzialmente inesistenti. Sanità, trasporti, personale, mutui, fondi statali ed europei sono già in larga parte destinati. Proprio per questo ogni scelta pesa il doppio. La Puglia non è povera. È ingessata. E l’ingessatura non cancella la responsabilità. La Regione sceglie bandi, tempi, criteri, territori. Il vincolo dice per cosa. La politica decide come.

Il nodo è chiaro. La Puglia migliora rispetto a ieri, ma resta troppo lenta nel trasformare risorse in cantieri e servizi. Il punto non è fare classifiche tra territori. È capire perché, proprio dove i bisogni sono maggiori, la macchina amministrativa rischi di correre meno. Se un fondo resta fermo, non riduce un divario. Lo certifica. E intanto chi paga è il cittadino. L’aumento dell’addizionale IRPEF per coprire il disavanzo sanitario non è una scelta neutra. Può essere spiegato solo se diventa patto. Meno attese per una risonanza, un pronto soccorso che non chiude di notte, un reparto che assume invece di appaltare. Altrimenti è inefficienza fatturata.