Dirigente Invitalia accusa un legale del mentore di Conte: "Esposito mi disse di darla al commissario"

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Le inchieste sulle mascherine cinesi e sugli affari in pandemia sono partite col piede giusto poi piano piano si sono sgretolate perché si è preferito perseguire alcuni reati mentre altre piste non sono state nemmeno percorse, non tutti gli strumenti investigativi come i trojan sono stati autorizzati né a volte neppure richiesti e alla fine tutto (o quasi) è stato archiviato dallo stesso gip Roberta Conforti, moglie del pm Francesco Minisci già presidente Anm che con Luca Palamara parlava di carriere e poltrone.A sei anni di distanza dal Covid, nonostante il mostruoso lavoro di ricostruzione della vituperata commissione d'inchiesta, la scellerata gestione del governo di Giuseppe Conte fa ancora discutere. Non solo per i soldi sprecati nelle inefficaci mascherine farlocche ma perché è costata migliaia di morti nelle corsie, con medici e infermieri costretti a indossare dispositivi di sicurezza individuali sdoganati grazie a certificati falsi che hanno ingannato il Cts Meppure strapagate, con milioni finiti ad aziende di Pechino nate in pochi giorni come i consorzi Wenzhou Moon-ray o Wenzhou light oppure storicamente legate alla mafia cinese come la Luo-kai trade, con mediatori veri o presunti che si sono presi 200 milioni di euro firmando una lettera o facendo due telefonate.Mascherine pericolose di cui era ben al corrente l'allora sottosegretario M5s alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, avvisato dalle Dogane, che ha preferito lasciar (non) fare alla magistratura. Mentre le mascherine buone restavano in magazzino, inutilizzate o sequestrate, e chi denunciava alle istituzioni questi traffici veniva silenziato e minacciato di morte.Tra le indagini sul commissario all'Emergenza Covid Domenico Arcuri (foto) ce n'è una di cui si è parlato ieri sera da Nicola Porro a Quarta Repubblica e riguarda un assegnazione di un appalto che sembra eterodiretta del mentore dell'allora premier - il principe del Diritto Guido Alpa - attraverso legali a lui riconducibili come Luca Di Donna, Giuseppe De Luca e Gianluca Esposito. Al di là di intercettazioni in cui si rivelano le trame di Alpa, Conte e Di Donna per strappare M5s a Beppe Grillo (come poi avverrà), è interessante cosa è successo nell'affare dei test molecolari Adaltis di cui si è parlato la scorsa settimana in commissione Covid con la testimonianza di Marco Spadaccioli, il dipendente dell'azienda di tecnologie mediche secondo cui sono stati pagati 454mila euro di "consulenze" ai tre legali Di Donna, De Luca e Esposito legate proprio alla commessa da 800mila euro ottenute dalla struttura commissariale. Una parte della consulenza (93mila euro) era in realtà a nome di una praticante ancora priva del titolo di avvocato dello studio Alpa "per il controllo dei documenti prima di caricarli".