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Antonio Carioti

Nominato ministro della Giustizia, Alfredo Rocco allestì il nuovo codice penale, mantenuto (con modifiche) anche dopo la caduta del fascismo. Prevedeva la pena di morte e il divieto di sciopero - poi rimossi

Tra i residui della legislazione fascista ancora in vigore, il codice penale è uno dei più importanti, come ha ricordato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, anche se il suo impianto originario è stato profondamente modificato in molti punti per adeguarlo ai princìpi della Costituzione repubblicana e alla presente sensibilità sociale. Emanato nel 1930, quando il regime si era ormai assestato, è noto come «codice Rocco» dal nome del suo artefice.

Alfredo Rocco, nato a Napoli il 9 settembre 1875, fu senza dubbio tra gli esponenti fascisti di maggior spessore culturale. Professore universitario dotato di una fine preparazione giuridica, come fu riconosciuto anche da un antifascista di primo piano come Giuliano Vassalli, originariamente apparteneva al movimento nazionalista, che propugnava una svolta autoritaria, protezionista ed espansionista nella politica italiana. Si può dire che l’indirizzo illiberale poi assunto dal fascismo nel campo del diritto era già stato delineato da Rocco nel 1914, quando Benito Mussolini era ancora socialista.