La sentenza Florio e Bassignana contro Italia
Stefano Giordano
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C’era una volta un funzionario pubblico che rubava. Lo scoprivano, lo processavano, lo condannavano. Il giudice penale gli confiscava tutto quello che aveva preso illecitamente: soldi sequestrati, conto saldato, storia finita. Poi arrivava un secondo tribunale — la Corte dei conti — e presentava il conto un’altra volta. Stessa somma, stessa vicenda, stesso cittadino. Lo Stato incassava due volte.
Non è una favola nera. È quello che accadeva in Italia, regolarmente, fino a quando — il 5 febbraio 2026 — la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha detto basta. Con la sentenza Florio e Bassignana c. Italia ha stabilito un principio che dovrebbe essere ovvio: lo Stato non può incassare più del danno che ha subìto. Se hai già preso i soldi con la confisca penale, non puoi pretendere di riprenderli anche con la condanna contabile. Farlo è sproporzionato. È un abuso. La Corte di Strasburgo lo ha chiamato violazione del diritto di proprietà. La risposta italiana è arrivata con una legge entrata in vigore il 22 gennaio 2026: ora la condanna della Corte dei conti non può superare il 30% del danno accertato, salvo che il funzionario abbia agito con dolo. Il 4 giugno 2026 il giudice contabile abruzzese si è adeguato per primo, scomputando dalla condanna ciò che lo Stato aveva già incassato in sede penale. Una piccola sentenza di un tribunale regionale. Un segnale di civiltà giuridica che avrebbe dovuto arrivare vent’anni prima.






