Ci sono artisti che trascorrono la vita inseguendo il virtuosismo e altri che, dopo averlo raggiunto, iniziano a cercare qualcosa di più difficile da definire. Ascoltando Robert McDuffie si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una di queste persone. La sua biografia racconta una storia che, sulla carta, sembra appartenere alla geografia luminosa dell’eccellenza musicale internazionale: il bambino della Georgia che scopre il violino, il ragazzo che a quattordici anni ascolta Itzhak Perlman eseguire la Sonata del Diavolo di Tartini e decide che la propria vita sarà la musica, il solista che sale sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, il collaboratore di Philip Glass, l’amico di Mike Mills dei R.E.M., il musicista per il quale sono stati scritti concerti e progetti che hanno attraversato i confini tra musica colta e cultura popolare. Eppure, parlando con lui per questa intervista esclusiva a Virgilio Notizie, tutto questo sembra passare in secondo piano. Non perché non abbia importanza. Ma perché, arrivato a sessantasette anni, Robert McDuffie sembra guardare alla propria esistenza da un’altra prospettiva. La parola che ritorna più spesso nelle sue risposte non è “successo”. Non è “carriera”. Non è nemmeno “musica”. È “missione”. Una parola che Robert McDuffie usa con cautela, quasi con pudore, ma che torna continuamente quando racconta il Rome Chamber Music Festival, la creatura che ha fondato nel 2003 dopo essersi innamorato di Roma durante un soggiorno all’Accademia Americana. Un festival nato inizialmente dal desiderio di riunire grandi musicisti nella città che considera la più bella del mondo e che, nel tempo, si è trasformato in qualcosa di diverso: un luogo di incontro tra generazioni, un laboratorio di formazione, una comunità artistica che mette al centro i giovani talenti. Nell’edizione 2026, dal 18 al 21 giugno al Teatro Argentina, il Rome Chamber Music Festival conferma questa doppia anima. Da una parte la grande tradizione della musica da camera, dall’altra la volontà di costruire ponti, contaminazioni, dialoghi. Non come strategia di marketing, ma come naturale conseguenza della visione del suo fondatore: la convinzione che la musica debba restare un organismo vivo e non trasformarsi in un monumento immobile alla propria storia. Forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente di Robert McDuffie. Non parla mai della musica come di una disciplina esclusivamente estetica. Ne parla come di una responsabilità. Come di una forma di cura. Come di un’eredità da trasmettere. Quando racconta il proprio Guarneri del Gesù del 1735, uno degli strumenti più preziosi al mondo, non insiste sul prestigio o sul valore economico. Dice semplicemente che è il violino giusto per lui. Quando ricorda la carriera internazionale, finisce per parlare dei figli e delle assenze che ancora oggi gli pesano. Quando gli si chiede quale sia la più grande soddisfazione della sua vita professionale, non cita un concerto, una registrazione o un premio. Parla degli allievi. Parla del momento in cui un giovane musicista smette di limitarsi a eseguire delle note e comincia finalmente a cantare attraverso il proprio strumento. Forse è qui che si nasconde il filo conduttore della sua storia. Per molti anni Robert McDuffie ha attraversato il mondo cercando una voce. Oggi sembra interessato soprattutto ad aiutare gli altri a trovare la propria. L’intervista che segue è il racconto di questo percorso. È una conversazione sulla musica, certo, ma anche sul tempo che passa, sull’identità, sulla vocazione, sulla perdita e sulla gratitudine. È il dialogo con un uomo che, dopo aver trascorso una vita sui palcoscenici più importanti del mondo, continua a emozionarsi come il ragazzo di quattordici anni che una sera ascoltò Itzhak Perlman e capì che il destino può cambiare nel tempo di una sola nota.
Robert McDuffie, l’intervista al violinista: “Volevo fare un festival, ho trovato una missione”
Il successo, le assenze, Roma e la musica come cura: Robert McDuffie si racconta senza retorica







