Il copione era sempre lo stesso. Pullman carichi di persone – quasi tutti uomini e di una certa età – iniziavano ad arrivare in tarda mattinata a Tirana. Bandiere del Partito democratico, caffè al bar, mentre si aspettano gli altri bus dalla provincia. All’ultimo momento si aggiungono anche i locali, ci si muove in uno spazio relativamente piccolo, tra piazza Skanderberg e il palazzo del Governo, tra architetture fasciste e nuovi palazzi eccentrici, enormi e tendenzialmente vuoti, facendosi largo tra i turisti. Gli slogan, le spinte con i cordoni della polizia e poi – sul far della sera – arrivano le bombe carta e le molotov verso i palazzi del potere. La polizia risponde con idranti e gas lacrimogeni per impedire l’assalto al ministero dell’Interno. Tutto uguale, sempre, da dicembre 2025. Più o meno ogni settimana. Qualcosa, però, all’improvviso, è deflagrato: una folla oceanica, donne, anziani, bambini; i fenicotteri rosa come simbolo. Ma non sono le stesse proteste, perché le ultime chiedono con chiarezza di finirla con il duopolio Edi Rama-Sali Berisha, rispettivamente leader del Partito socialista e premier e leader del Partito democratico e dell’opposizione.Questa è una piazza diversa, che cancella le precedenti. Per cosa protestavano gli albanesi? Le tensioni tra il premier Edi Rama e l’opposizione è legata alla figura dell’ex vicepremier e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia Belinda Balluku, incriminata dalla Spak (Procura speciale anticorruzione) il 31 ottobre 2025 che l’accusa di aver violato le regole delle gare pubbliche e di aver interferito con esse a favore di aziende vincitrici di grandi appalti vicine al governo. Non solo le proteste delle opposizioni, che chiedono le dimissioni di Rama, ma anche un vero e proprio scontro istituzionale: prima la Corte Costituzionale ha reintegrato Balluku, su pressioni di Rama, ma poi la stessa corte ha concesso alla Spak di procedere.«È come andare a vedere sempre lo stesso spettacolo a teatro», commenta Redi Muci, unico parlamentare di Lëvizja Bashkë, partito emerso dalle lotte della società civile contro il “sistema Rama” come lo definiscono dal 2016 a oggi. «Non esiste alcuna reale rivalità tra Partito socialista e Partito democratico, anzi, mentre danno vita alle stesse manifestazioni (con pensionati a cui viene pagata la gita a Tirana), maggioranza e opposizione hanno già l’accordo per far fuori i tre piccoli partiti che faticosamente sono entrati in Parlamento alle ultime elezioni con una riforma elettorale condivisa».Tutta la politica albanese, da anni, è nelle mani di due uomini: Edi Rama e Sali Berisha. La Spak ha sparigliato le carte, arrivando a un passo dallo stesso Rama, dopo gli arresti del sindaco di Tirana e di ministri a lui vicini, ma nessuno vicino come Balluku. «Ormai la città è irriconoscibile, e tutto nasce dalla distruzione del teatro Nazionale», racconta Doriana Musai, urbanista e docente universitaria, tra le voci più importanti delle proteste contro l’immobiliarismo selvaggio che ha interessato la città. «Da quel momento, il governo di Rama ha finanziarizzato tutta Tirana, poi la costa e ora sarà la volta delle montagne», racconta Musai. In piazza però, come confermano anche le attiviste femministe del Kolektivi Feminist e i collettivi che si battono contro gli accordi Italia-Albania sui migranti non ci va la società civile. «In piazza ci sono solo militanti democratici e figuranti pagati», racconta Redi Muci. «Sali Berisha rivincerà le prossime primarie del partito, ha cacciato tutti gli oppositori, esattamente come fa Rama. Sulle grandi visioni del futuro dell’Albania (essere membri della Nato, appoggio incondizionato a Israele, gestione migranti per l’Italia, sudditanza agli Stati Uniti, anche contro l’Ue se necessario) sono perfettamente allineati e quella non è la nostra piazza». Stesso discorso per gli attivisti ambientalisti, come il Ppnea (Protection and preservation of natural environment in Albania), che denuncia come sulle strategie di aggressione ad aree protette e parchi nazionali entrambi i partiti siano sempre stati allineati.Anche le testate giornalistiche investigative indipendenti del Paese, Citizens e Reporter, raccontano una classe dirigente che si divide solo sull’opportunità di gestire il potere, non sulla visione della società. «No, quella non è la piazza della società civile», conferma Musai.Quella società civile, però, troppo spesso viene ignorata dall’Unione europea che vede in Rama un elemento di stabilità. Anche se le pressioni per togliere l’immunità diplomatica a Balluku potrebbero far saltare questo banco. «Se la protegge, rischia di rompere con l’Ue e di non passare alla storia come il leader che ha portato l’Albania nell’Unione; se non la protegge, rischia che la Spak arrivi direttamente a lui come ormai si è capito che vuole fare», racconta a L’Espresso Jonid, uno dei dimostranti più focosi. «Anche il Partito democratico deve cambiare, basta con Berisha, ma finché è vivo per la generazione di mio padre è difficile rompere il patto con il leader. Ma Rama non può continuare a prendersi – e vendersi – il Paese come vuole e il suo tempo è vicino alla fine».Entenela, invece, è una delle mille voci dei collettivi femministi e ambientalisti che si battono nel Paese da anni per i diritti civili, quelli dei lavoratori e per l’ambiente. «Quella piazza, controllata dal Partito democratico, non era la nostra. Questa è una protesta vera, non un gioco tra i due attori e gli oligarchi che ruotano attorno a loro. Le immagini della polizia che trascina via i manifestanti, mentre viene recintata un’area preziosa come quella della laguna di Narta e dell’isola di Sezan, svendute da Rama al genero di Trump solo per crearsi protezioni internazionali visto che ormai la procura anti-corruzione è arrivata a lui. Ma come società civile sappiamo che l’alternativa non è Berisha, ma un cambio di regime totale. E l’Ue, se vuole avere ancora un senso, deve sostenerci».La notte scende su Tirana e i suoi mille grattacieli, dove pochissime finestre sono illuminate. Si calcola che meno del 20% degli appartamenti sia mai stato venduto realmente. Le dimostrazioni sono finite, tutti tornano a casa, come niente fosse, mentre la movida della capitale e i flussi di turisti non si fermano, come le cliniche per l’infertilità, i trapianti di capelli e i dentisti. L’Albania sembra rassegnata a questo duopolio e la gente ha iniziato di nuovo a emigrare con numeri importanti, stanca di una politica che sembra più una rappresentazione che una reale competizione democratica.