La data cerchiata in rosso è il 30 giugno. Quel giorno – tra due settimane – segna la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza, almeno nella sua forma originaria. A cinque anni dall’approvazione del programma che stando agli auspici avrebbe modernizzato il Paese grazie ai 194,4 miliardi messi a disposizione dall’Unione europea e instradarlo su un percorso di crescita più solida, molte delle opere che avrebbero dovuto lasciare un’eredità tangibile sui territori sono lontane dal traguardo. Sulla carta, come Giorgia Meloni spesso rivendica, l’Italia ha continuato a rispettare il cronoprogramma concordato con Bruxelles: stando all’ultimo monitoraggio della Corte dei Conti tutti i 50 obiettivi europei previsti per il secondo semestre del 2025 sono stati raggiunti e il livello complessivo di attuazione è arrivato al 72%. Ma le revisioni approvate negli ultimi tre anni hanno cambiato faccia al piano ridimensionando gli interventi irrealizzabili entro la scadenza o affidando il completamento a fonti di finanziamento diverse dal Recovery e allungando i tempi. Ecco perché dai nidi alle Case della comunità, dagli studentati ai progetti di rigenerazione urbana, i risultati concreti attesi dai cittadini si faranno attendere o non arriveranno. Mentre su un fronte cruciale come la riduzione dell’evasione il governo ha deciso di cancellare il target più ambizioso.
PNRR, mancano 15 giorni. Da asili e studentati a sanità e rigenerazione urabana, le grandi incompiute
Asili nido, Case della comunità, studentati, borghi e lotta all'evasione: cosa resta indietro con la scadenza del 30 giugno.









