La questione non è crescere, ma come si cresce. "Siamo un sistema che tiene, che produce, che lavora molto – osserva il presidente della Camera di Commercio della Romagna, Carlo Battistini – ma che spesso non riesce a tradurlo in valore aggiunto". Il nodo è tipicamente economico: il differenziale tra incremento dei volumi e incremento del valore aggiunto. "Il rischio – osserva – è quello di rimanere agganciati ai segmenti bassi delle catene del valore, mantenendo buoni livelli di attività ma con ritorni economici limitati".
I dati aiutano a capire. Secondo l’Istat l’economia delle due provincie di Forlì-Cesena e Rimini ha generato nel 2024 (ultima valutazione disponibile) 25,4 miliardi di euro correnti di valore aggiunto. Gli scenari previsionali elaborati da Prometeia ad aprile 2026 per il medesimo ambito territoriale romagnolo evidenziano una sostanziale stabilità annua del valore aggiunto (+0,2% in termini reali), in linea comunque con le variazioni regionale (+0,3%) e nazionale (+0,1%), a testimonianza di una difficoltà più generale del sistema italiano.
Sempre secondo la stessa fonte, il valore aggiunto per abitante (in termini reali) nel 2026 sarà pari a 30.900 euro, di poco superiore a quello nazionale (29.600 euro) e sensibilmente inferiore al dato dell’intera regione (35.200 euro), segnalando una minore intensità di capitale umano, innovazione e tecnologia rispetto al resto dell’Emilia Romagna. In termini di economia industriale, questo gap riflette una specializzazione ancora concentrata su produzioni intermedie o su componenti a medio-basso contenuto di conoscenza. Tradotto in termini concreti: si lavora tanto, ma non sempre nella fascia più alta della catena del valore.










