di Rosamaria Fumarola
Gli organizzatori del Pride che si è tenuto a Bari in un clima festoso e come sempre di grande partecipazione hanno inteso dedicare quest’anno la manifestazione ad Ambra Dentamaro, una donna transessuale ammazzata nel 2018 in una strada adiacente il lungomare, il cui assassino non è stato mai trovato.
Ambra non aveva completato il percorso anche legale che avrebbe fatto di lei una donna a tutti gli effetti e pur avendo un lavoro la sera si prostituiva. La sua è una storia di disinteresse e di imbarazzo della cosiddetta società civile barese, che in ogni sua componente non ha mostrato alcun impegno per la ricerca del responsabile della sua morte. Le indagini, ad esempio, condotte in modo superficiale, con errori macroscopici che forse persino un bambino avrebbe saputo evitare, hanno inizialmente trascinato in giudizio un individuo sulla base di indizi che portavano in una diversa direzione. Una difesa lineare è riuscita a smantellare la tesi accusatoria e a restituire la libertà ad un innocente.
La vicenda è permeata da grande drammaticità anche per il coinvolgimento di quest’uomo, che nulla aveva in comune con l’individuo ripreso dalle videocamere, mentre si allontanava trascinando la macchina in panne dal vicolo in cui l’assassinio era stato compiuto. Quanto ad Ambra, ciò che di lei si sa è emerso dalle testimonianze delle sue amiche, alcune delle quali prostitute e da quanto dichiarato dal padre e dalla madre. In genere sul piano umano persino per chi è autore di un omicidio esiste il riscatto, che la narrazione amorevole dei parenti garantisce.









