Come al solito, il dibattito sull’ultima novità della politica italiana, il generale Roberto Vannacci, divide commentatori e opinione pubblica in tre gruppi: quelli che lo demonizzano, quelli che lo esaltano e quelli che se la prendono con chi lo demonizza dicendo che così in realtà gli fa un favore (terzo gruppo in cui in realtà si mescolano tanto gli avversari del generale, sinceramente convinti della tesi, quanto i suoi sostenitori, che la usano per irridere gli avversari dandosi arie da osservatori indipendenti).

Chi dice che è un dibattito noiosissimo e stupido, come faceva ieri sera Massimo Cacciari a Otto e mezzo e fa oggi Guia Soncini su Linkiesta, ha dunque ragione e torto allo stesso tempo. Ha ragione perché è proprio così, è un dibattito assurdo e controproducente che si ripete tale e quale da oltre trent’anni, cioè dal giorno in cui il referendum maggioritario aprì la strada a Silvio Berlusconi.

Ha torto perché, come dimostra proprio il caso Berlusconi, lo stesso meta-dibattito sull’utilità o meno del parlare di Berlusconi fa da sempre parte di questa discussione, fino alla sua espressione più estrema, rappresentata da Walter Veltroni che nella campagna elettorale del 2008 si riferiva al Cavaliere esclusivamente con la farraginosa circonlocuzione del «principale esponente dello schieramento a noi avverso» (lo so, avevate rimosso, e mi scuso con il vostro inconscio: in fondo stava solo cercando di farvi del bene).