Alla fine, al 107esimo di guerra e con un cessate il fuoco in vigore da inizio aprile, domenica Washington e Teheran hanno firmato un accordo che con il passare delle ore sta già cambiando nome: framework peace deal, un accordo quadro di pace su cui c’è ancora parecchio lavoro da fare. Che sia davvero la fine del combinato disposto di «Epic Fury» (l’offensiva militare statunitense) e «Roaring Lion» (quella israeliana) iniziate il 28 febbraio scorso non v’è certezza.

Di certo si sa che sotto quel “quadro” la firma di Stati uniti e Teheran c’è e che quella ufficiale dovrebbe arrivare il 19 giugno, il prossimo venerdì, a Ginevra (forse), in presenza (forse). L’altra certezza è la riapertura dello Stretto di Hormuz: il blocco navale Usa sarà rimosso immediatamente e Teheran non applicherà nessun pedaggio per due mesi. Sono i sessanta giorni previsti dall’intesa mediata dal Pakistan per completare l’accordo con le questioni-chiave: il programma nucleare iraniano, la rimozione delle sanzioni e lo scongelamento dei 24 miliardi di dollari in asset iraniani.

L’ultima certezza è la peggiore: in questi mesi di guerra senza strategia né vie di uscita, nella regione sono state uccise migliaia di persone. Oltre 3.700 in Libano, più di 3.600 in Iran (un numero fornito dalle autorità ma che svariate organizzazioni stimano al ribasso), 117 in Iraq, 23 in Israele, 46 nel resto della regione (Qatar, Emirati, Kuwait, Arabia saudita, Oman, Siria, Bahrain).