Torino capitale della repressione. Un luogo comune, ormai. Del resto è qui che una procuratrice generale, Lucia Musti si chiama, ha per prima teorizzato l’esistenza di una «eversione di piazza» legata ai centri sociali e alle loro attività. Gli inquirenti si muovono di conseguenza. Sara Munari ha 24 anni ed è una militante del Collettivo universitario autonomo di Torino. Ieri mattina per lei è arrivata dalla questura una richiesta di sorveglianza speciale, una misura di prevenzione che porta con sé una serie di restrizioni dal fatto di dover avvisare le autorità ogni volta che si vuole lasciare il proprio comune al divieto di incontrare pregiudicati, passando per l’imposizione di precisi orari di rientro notturno, fino all’obbligo o al divieto di dimora. Le sue regole sono scritte nel codice antimafia, perché di solito la sorveglianza speciale si dà, appunto, a chi è indiziato di mafia o di terrorismo, anche in assenza di reati. Basta essere definiti «socialmente pericolosi» dalla polizia.
MUNARI ha già scontato un periodo di arresti domiciliari e ha a suo carico diversi provvedimenti sempre legati alla sua partecipazione ad azioni di piazza e iniziative di protesta. È coinvolta anche nell’ultima inchiesta della procura di Torino per le manifestazioni filopalestinesi dei mesi passati. Da qui la sua supposta pericolosità e il provvedimento di sorveglianza, che comunque verrà impugnato. Da notare che i reati ipotizzati sono di dimensioni assai esigue. Si parla di danneggiamenti, tafferugli, qualche imbrattamento. Lei viene indicata per lo più come «animatrice» o «ispiratirce». Un concorso morale che le costa un trattamento da mafiosa. La stessa cosa è capitata di recente anche a Stefano Millesimo di Askatasuna – pure lui «socialmente pericoloso». Sul suo caso è prevista un’udienza proprio domani. Altri «sorvegliati speciali» sono stati Giorgio Rossetto, sempre di Askatasuna, e Eddi Marcucci, per la sua militanza No Tav e per le sue esperienze nelle Ypj curde in Siria.









