La mattina del 16 giugno 1976, a Soweto, nel Sudafrica sotto il regime dell’apartheid, un gruppo di studenti tra i 13 e i 16 anni organizzò una marcia contro la politica linguistica del 1974 che imponeva l’afrikaans come lingua di insegnamento, nel quadro delle politiche avviate dal National Party dopo il 1948 e consolidate con il Bantu Education Act del 1953. Quello che passò alla storia come Soweto Uprising fu uno dei momenti decisivi nell’innescare il processo che avrebbe portato alla caduta dell’apartheid nel 1994. Un esito che in parte si deve anche alla visibilità internazionale che questo evento ebbe.

LE IMMAGINI della polizia che si scagliava contro ragazzini disarmati, spesso con l’ausilio di cani addestrati, uccidendone un numero sicuramente superiore a quello che fu dichiarato dalla polizia (23) e che avrebbe causato oltre 500 morti nei mesi successivi, indignarono le democrazie europee. Una reazione che può ricordare quella provocata poche settimane fa dalla violenza esercitata contro i membri della Freedom Flotilla da parte di Israele.

Nel 1976 l’Europa era divisa: mentre i paesi nordici e i movimenti anti-apartheid sostenevano il boicottaggio del regime, le principali potenze dell’Europa occidentale continuavano a intrattenere importanti relazioni economiche e diplomatiche con Pretoria. Tuttavia, a seguito del clamore mediatico delle proteste e della loro repressione, l’isolamento del Sudafrica aumentò sensibilmente. Ciò fu possibile anche grazie al lavoro di molti fotoreporter, che rischiarono la vita per documentare quanto stava accadendo.