Una strategia della tensione in salsa camorristica. Bombe, manifesti mortuari, incrocio di attentati e intimidazioni contro due simboli della lotta ai clan, all’illegalità e al degrado. Come nel caso dell’ordigno piazzato a pochi metri dalla parrocchia di padre Maurizio Patriciello, simbolo del riscatto antimafioso al Parco Verde di Caivano, una vita spesa contro il crimine organizzata. Su questa storia il boss Pietro Cristiano non ha dubbi: «Si è trattato di una bomba messa dai miei rivali contro di noi, perché non avevamo intenzione di lasciare i nostri alleati sul territorio». Dunque, l’agguato contro il simbolo dell’antimafia, con un obiettivo dichiarato: concentrare la pressione investigativa sulla piazze di spaccio dei Cristiano, che erano alleati con quelli di parco Verde, dove si era consumato l’agguato esplosivo.

Colpiti simboli anticamorra nel Napoletano: bomba a Don Patriciello e manifesti funebri al capo dei vigiliUn attentato plateale, ma anche mediatico, nella consapevolezza che per un paio di mesi almeno quelli dell’asse Caivano-Arzano (leggi rione della 167, gestito un tempo dai Cristiano), avrebbero avuto difficoltà anche solo a vendere una dose di cocaina. Ma non è l’unico episodio da inserire in questo contesto, in questa strategia della tensione tra clan avversari. Il prequel Prima della bomba contro don Maurizio Patriciello, c’era stato un altro attentato. Una sorta di prequel. Ricordate la storia dei manifesti mortuari con il volto del comandante dei carabinieri Biagio Chiariello? Anche in questo caso, parliamo di un simbolo della lotta alla illegalità, uno dei pubblici ufficiali che è riuscito a stanare i boss di Melito e di Arzano fin dentro le loro case, quelle occupate abusivamente sulle spalle dei contribuenti. Come andarono i fatti? È ancora il pentito Cristiano a parlare e a raccontare la propria versione dei fatti: «Sapendo che il comandante dei vigili urbani era reattivo e determinato, organizzai la cosa del manifesto funebre e sono anche molto dispiaciuto del fatto che il comandante oggi abbia la scorta. In effetti - aggiunge - non volevo minacciare lui, ma far crescere la pressione su Monfregolo. Avevo convinto anche mio cognato, dicendogli che a colpi di stese a Frattamaggiore si otteneva meno risultati». I nemici si indeboliscono così: colpendo i simboli dell’antimafia, quelli che hanno dedicato la vita al contrasto della camorra. E non è finita: agli atti spicca anche l’attentato esplosivo contro il giornalista Mimmo Rubio, nel 2018. Il retroscena Una ricostruzione che emerge da alcune dichiarazioni di pentiti, nel corso dell’inchiesta condotta dalla Dda di Napoli (aggiunto Sergio Amato), grazie al lavoro dei carabinieri, recentemente culminata in decine di arresti per racket e usura all’ombra del rione 167 di Arzano. Inchiesta condotta dai pm Giuliano Caputo e Lucio Giordano, finiscono in carcere soggetti un tempo appartenenti a un solo clan (ala scissionista di Secondigliano): parliamo di Giuseppe e Marino Monfregolo, Raffaele Monfregola, Salvatore Romano, Davide Pescatore, Angelo Antonio Gambino, Gennaro Alterio, Franco Marco Gentili, Salvatore Lupoli, Antonio Alterio, Raffaele Piscopo, Mario D’Auria, Giuseppe Bussola, Domenico Russo, Fabio Aruta, Raffaele Alterio, Francesco Attrice. Uno scenario segnato da dichiarazioni di pentiti e intercettazioni telefoniche e ambientali."Notte prima degli esami di maturità”, mercoledì limitazioni alla vendita di bevande e divieto di possesso di spray al VomeroSpicca il verbale di Pietro Cristiano, a proposito della tecnica adottata per spostare l’attenzione (e il pressing investigativo) nel campo criminale avversario: «La bomba a don Patriciello? Si tratta di una iniziativa dei Monfregolo che volevano far ricadere la colpa sui Ciccarelli (clan di Parco Verde) che stavano appoggiando me. Volevano creare confusione e quindi problemi sul territorio di Caivano». Stesso discorso alcuni mesi prima della bomba gettata all’esterno della parrocchia di don Maurizio Patriciello, quando è Pietro Cristiano a dare inizio a una sorta di strategia della tensione per indebolire le cosche rivali. In che modo? Si decise di prendere di mira un altro simbolo del contrasto all’illegalità, vale a dire il comandante della polizia munipale Biagio Chiariello. Dice oggi il boss pentito: «Ero in carcere e cercavo una strategia per indebolire i Monfregolo. Dal carcere contattai su Instagram A.D.C. di Orta di Atella e gli dissi di preparare il manifesto funebre. Spiegai a lui e a mio cognato che era meglio un’azione del genere, piuttosto che tante stese...».