Il governo di Giorgia Meloni è imprigionato in un guaio, e non sa come uscirne: è peggio regalare vent’anni di gestione della rete per la distribuzione dell’energia elettrica oppure è peggio infilare in gran segreto un aumento in bolletta spalmato per i prossimi vent’anni? E se fosse meglio, anziché peggio, mezzo regalo e mezzo aumento così nessuno si lamenta troppo? Comunque la si giri, la si rigiri, la si monti e la si smonti: esatto, sa di fregatura. Non balzelli, miliardi di euro, decine di miliardi euro: il governo rinnova a Enel e sorelle le concessioni per vent’anni (regalo), pretende da Enel e sorelle un canone e lo restituisce a Enel e sorelle con gli interessi scaricando il canone in bolletta (aumento). Follia pura mentre lo stesso esecutivo cerca di contenere i rincari proprio dell’energia e si fa vanto di compatire il consumatore tartassato. E però omette di illustrare la sorpresa che gli sta preparando.Il governo di Giorgia Meloni si è imprigionato volontariamente nel guaio un anno e mezzo fa, e non ha scampo, non ha deciso come fare, cosa fare, quando fare, ha soltanto intuito che è meglio – questo sì che è un meglio perentorio – parlarne poco. Tanto è faccenda complessa, è roba di algoritmi, è un regime regolato. E non vale, perdonate il populismo: che siano reti o tasche è sempre dei cittadini. Perché le reti rischiano di togliere molti soldi ai cittadini.Il governo si è rovinato con la legge di Bilancio 2025 approvata fra l’autunno e l’inverno 2024. Nei soliti due/tre mesi di provocazioni e trattative, correzioni e rattoppi, che conducono faticosamente la bozza di legge di Bilancio alle Camere per il voto catartico che autorizza le vacanze natalizie ai parlamentari, un giorno all’improvviso il governo s’è accorto – e chi ci crede! – che c’era da sistemare la famigerata riforma di Pier Luigi Bersani che da ministro liberalizzò il mercato dell’energia. Bersani stabilì che le concessioni per la rete di distribuzione elettrica terminassero nel 2030 e suggerì di approntare le gare per assegnare le nuove concessioni a partire dal 2025. Il governo Meloni si è scoperto in grave ritardo. Però Bersani, tramite il decreto a Bersani medesimo intitolato, non s’era espresso due settimane prima, ma il 16 marzo 1999, e cioè un quarto di secolo prima!Il governo Meloni, colto di sorpresa dal decreto Bersani, è intervenuto con un emendamento a novembre 2024 per la legge di Bilancio 2025. Come premessa: Bersani aveva obbligato le gare per assegnare le nuove concessioni, noi le gare non le svolgiamo. E perché? Che domande sciocche: quanti ne volete di perché. Per cominciare: il decreto Bersani è superato, è di un quarto di secolo fa, no? A quel tempo le reti non erano considerate «servizio essenziale». La guerra in Ucraina non ha insegnato niente? Se stacchi la corrente, viene giù la Nazione; case, negozi, fabbriche buie, fredde, spente. E per i cavillosi c’è pure una direttiva europea di quattro anni fa che ha incluso la rete di distribuzione elettrica fra le risorse materiali e immateriali strategiche: in una parola, asset. È vero che ormai è passato un quarto di secolo, ma ci si domanda: Bersani era forse un folle? Che ha combinato? Voleva distruggere la Nazione?Per rompere i monopoli e tutelare i consumatori, Bersani ha liberalizzato il mercato con la produzione e la vendita di energia e ha conservato il controllo pubblico su trasmissione e distribuzione. La rete per la distribuzione elettrica è proprietà statale, bene pubblico inalienabile e infatti, per gestirla e svilupparla, secondo Bersani, va data in concessione con un bando. E chi la gestisce e la sviluppa, cioè investe denaro e in pratica supplisce lo Stato, ha diritto a una remunerazione – un ritorno economico – fissato dall’Autorità indipendente di regolazione (Arera) e inserito come voce di costo nelle bollette di utenti domestici e non domestici.Il centrodestra ha disinnescato la riforma Bersani con l’assai verboso comma 50 e soprattutto con i commi 51-52-53 della legge di Bilancio: «Al fine di migliorare la sicurezza, l’affidabilità e l’efficienza della rete di distribuzione dell’energia elettrica quale infrastruttura critica e conseguire tempestivamente gli obiettivi di decarbonizzazione previsti dagli accordi internazionali, nonché per assicurare interventi urgenti volti al rafforzamento della difesa e della sicurezza delle infrastrutture anche contro i rischi di intrusione illecita e di attacchi informatici e cibernetici (…) sono stabiliti i termini e le modalità per la presentazione di piani straordinari di investimento pluriennale». A che servono i “piani straordinari di investimento pluriennale” con tale solerzia? Lo si scopre con il comma 52: «L’approvazione dei piani straordinari di investimento comporta la rimodulazione delle concessioni per un periodo non superiore a vent’anni».La «rimodulazione» è il rinnovo e per svelare il trucco bisogna risalire al comma 51: «Gli oneri sono computati dall’Arera nel capitale investito ai fini del riconoscimento degli ammortamenti e della remunerazione attraverso l’applicazione del tasso definito per gli investimenti». Guazzabuglio. Urge traduzione: il governo Meloni cancella le gare, allunga le concessioni di vent’anni in cambio di (fumosi) piani straordinari di investimento pluriennale e però pretende dai gestori delle concessioni un imprecisato canone e poi glielo restituisce con gli interessi perché lo reputa un investimento sulla rete e lo fa pagare ai consumatori in bolletta. Incoerente, se non diabolico. Un intervento articolato che coinvolge l’Arera, la Conferenza delle regioni, le Commissioni parlamentari e si compie con un decreto congiunto di ministero dell’Ambiente e ministero dell’Economia.Usciamo un attimo dal guaio del governo Meloni e osserviamo il mercato (e i facili affari) dei concessionari. Alla rete elettrica sono allacciati 30,3 milioni di utenti domestici e 7,1 milioni di utenti non domestici; il 23 per cento dei prelievi di energia sono effettuati – si legge nella relazione annuale di Arera – da utenti domestici e il restante 77 per cento dai non domestici. Circa l’85 per cento dei volumi distribuiti e di utenti serviti – Bersani voleva una concentrazione massima del 25 per cento – è in capo al principale operatore e-distribuzione (gruppo Enel), controllata dal ministero dell’Economia. Seguono società partecipate da capoluoghi di regioni e di provincia: 4,1 per cento di volumi e 3,1 per cento dei punti per Unareti (gruppo A2A), poi Areti (gruppo Acea), Ireti (gruppo Iren), V-Reti (gruppo Agsm Aim). Enel e sorelle gestiscono la rete di distribuzione elettrica e Arera ne attribuisce il valore (Rab) con l’analisi di cespiti e di fatture. Il valore (Rab) viene poi moltiplicato per il «costo medio ponderato del capitale» (indice Wacc) che varia ogni quattro anni: è il premio per il denaro investito e subisce oscillazioni non banali. Nel 2016/2019 era del 5,9 per cento per i tassi btp più alti; nel 2020/2023 era del 6,3 per cento per l’inflazione; nel 2024/2027 è del 5,6 per i tassi btp bassi. Un esempio a cifre tonde: un miliardo di euro di valore (Rab) moltiplicato 5,6 (Wacc) riconosce un indennizzo di 56 milioni di euro per il capitale. Con una formula che calcola investimenti, ammortamenti, rivalutazioni e altri parametri, Arera concede a Enel e sorelle remunerazioni da circa 5,5 miliardi di euro annui che vengono succhiati dalla bolletta con la voce di costo «spesa per il trasporto dell’energia» che rappresenta circa il 15 per cento del totale. Il meccanismo è molto delicato, se non proprio pericoloso: l’azienda più investe, più incassa, se l’arbitro Arera è d’accordo.Al di là dei proclami su sovranità e sicurezza della rete, il governo Meloni ha preferito non indire le gare per evitare che la rete elettrica – dopo i disastri con le autostrade e la fibra ottica che riguardano tutti i partiti – fosse preda (e vittima) dei fondi d’investimento stranieri. E per non replicare i pasticci con le gare per la rete del metano parcellizzata in 177 ambiti territoriali minimi.La rete elettrica è fondamentale per ridurre l’inquinamento ed emanciparsi dai fossili collegando ciò che si ricava da sole e vento. I neanche 3 miliardi di euro annui impiegati per manutenere la rete elettrica due anni fa sono destinati a raddoppiare presto. Enel ha pianificato investimenti di 26 miliardi nel 2026/2028 di cui 15 in Italia. In questo modo il valore (Rab) delle reti di Enel nel mondo passerà da 47 miliardi a fine 2025 a 58 miliardi nel 2028. Di recente A2A ha celebrato la rapida crescita del valore della sua rete elettrica da 700 milioni a 1,6 miliardi in cinque anni. Profitti sicuri almeno sino al 2050 per Enel, A2A e altre. Questi non sembrano racconti di indigenza, allora perché far pagare il canone ai consumatori? La proroga delle concessioni a vent’anni ha suscitato lievi contestazioni, ma la stangata in bolletta forti. E la più forte, perché autorevole, è arrivata da Stefano Besseghini, ex presidente di Arera: «L’aspetto forse più delicato è che i concessionari del servizio di distribuzione sono tenuti a versare al governo degli oneri in ragione della rimodulazione della durata della concessione. Questo rappresenta – ha scritto lo scorso anno nella sua relazione, quella di congedo – una sostanziale novità rispetto alla natura a titolo gratuito delle concessioni vigenti. La norma prevede che l’onere di rimodulazione venga trasferito in bolletta e che sia soggetto alla remunerazione propria degli investimenti infrastrutturali, con ulteriore aggravio per i consumatori. L’Autorità ritiene che questa previsione si ponga in contrasto con i principi generali di tariffazione basata sui costi efficienti del servizio e che, a tutela degli interessi di utenti e consumatori, risulti dunque opportuno minimizzare, se non annullare, l’impatto dell’onere in bolletta». In un parere di 30 pagine diffuso il 5 agosto 2025, il presidente uscente Besseghini ha chiarito al governo che i piani straordinari pluriennali per ottenere la proroga vanno legati a precisi obblighi, non a vane promesse. Nominato da questo governo e in carica da gennaio, con una delibera di metà marzo, il presidente Nicola Dell’Acqua si è limitato a cambiare ordine ai fattori: prima il decreto congiunto dei ministeri, poi tocca a noi entro otto mesi.Il governo potrebbe utilizzare il canone come copertura nella legge di Bilancio e poi lasciare a chi verrà l’onere, è il caso di dirlo, di rimborsare Enel e sorelle con la stangata in bolletta. Il ministero dell’Ambiente di Gilberto Pichetto Fratin è vago: il decreto interministeriale è in lavorazione, difficile (non escluso) sfruttarlo per la prossima legge di Bilancio, il canone potrebbe esserci, quanto è grosso chissà. Questo non rassicura le aziende, figurarsi i cittadini. Il governo non sa come maneggiare questa scelta impopolare che ha già sollevato le proteste della Conferenze delle regioni guidate dal leghista Massimiliano Fedriga. Ne riferisce Vincenzo Colla, vicepresidente dell’Emilia Romagna: «Come Regioni abbiamo preso posizione e abbiamo vincolato di concordare preventivamente, nel decreto interministeriale da emanare, i piani industriali straordinari, evitando che l’operazione resti solo speculazione finanziaria. Sarebbe incredibile in questa fase vedere incrementare il prezzo delle bollette di famiglie e imprese. Attendiamo, ma è sempre difficile a valle mettere il dentifricio nel tubetto». Più facile metterlo in bolletta, il dentifricio.LA LETTERA DI ENELLa scrivente Enel S.p.A. e la sua controllata e-distribuzione S.p.A. (di seguito, “Enel”) formulano con la presente formale diffida in relazione all’articolo in oggetto, il quale contiene affermazioni false, fuorvianti e gravemente lesive della reputazione della Società, eccedenti i limiti del legittimo diritto di critica e di cronaca.Sulla pretesa illegittimità del rinnovo delle concessioni: affermazione falsa.L'articolo qualifica la rimodulazione ventennale delle concessioni di distribuzione elettrica come un “regalo” in favore di Enel, frutto di un “trucco” e di una “fregatura” ordita a beneficio della Società. Tale rappresentazione è radicalmente falsa, per le ragioni che seguono. In primo luogo, la misura contestata è una previsione di legge dello Stato (art. 1, commi 49-53, della legge 30 dicembre 2024, n. 207, legge di Bilancio 2025), approvata dal Parlamento nell'esercizio dei propri poteri. In secondo luogo, la rimodulazione non è né automatica né gratuita. Come emerge dallo stesso testo normativo citato dall'articolo, essa è subordinata alla presentazione e all'approvazione di piani straordinari di investimento pluriennale, è limitata a un periodo “non superiore” a vent'anni, e si inserisce in un procedimento articolato che coinvolge l'Autorità di regolazione (ARERA), la Conferenza delle Regioni, le Commissioni parlamentari e richiede un decreto interministeriale del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Un siffatto meccanismo presidiato da plurimi controlli pubblici e condizionato a obblighi di investimento è l'esatto contrario di un “regalo”. In terzo luogo, la norma impone ai concessionari il versamento di oneri allo Stato a fronte della rimodulazione: una innovazione peggiorativa per i concessionari rispetto al regime previgente, nel quale – come riconosce la stessa relazione ARERA citata nell'articolo – le concessioni erano a titolo gratuito. Anche sotto questo profilo, parlare di “regalo” a Enel è falso. In quarto luogo, la qualificazione della rete di distribuzione quale infrastruttura critica e strategica, posta dal legislatore a fondamento dell'intervento, è pienamente coerente con il quadro normativo europeo (direttiva (UE) 2022/2557 sulla resilienza dei soggetti critici e direttiva (UE) 2022/2555, c.d. NIS2). La scelta di assicurare continuità gestionale a fronte di obblighi straordinari di investimento rientra nelle prerogative dello Stato e non presenta alcun profilo di illegittimità che possa essere addebitato, men che meno, al concessionario.II. Sul preteso “vantaggio economico finale” in favore di Enel: affermazione falsa e fuorvianteL'articolo sostiene che il meccanismo si risolverebbe in un beneficio economico per Enel (“pretende da Enel e sorelle un canone e lo restituisce a Enel e sorelle con gli interessi”), finanziato dai consumatori. Anche questa ricostruzione è falsa, per più ordini di ragioni. Primo: il canone è versato da Enel allo Stato. Si tratta di un esborso, non di un incasso. Enel non trattiene alcunché: il flusso descritto dall'articolo come arricchimento della Società è, in realtà, un onere nuovo posto a carico del concessionario. Inoltre, in merito alla destinazione dell’onere versato dai concessionari, la norma prevede che “Le eventuali maggiori entrate derivanti dai commi da 50 a 52 sono destinate prioritariamente alla riduzione dei costi energetici delle utenze domestiche e non domestiche”. In altre parole, i clienti potranno beneficiare in modo anticipato, in un periodo in cui i costi dell’energia sono elevati, di una riduzione della spesa per l’energia elettrica. Secondo: la remunerazione del capitale investito (RAB moltiplicata per il WACC) non è un privilegio introdotto dalla norma in commento, ma il meccanismo regolatorio ordinario applicato da oltre vent'anni a tutte le infrastrutture regolate in Italia e in Europa proprio per consentire gli investimenti quindi gli sviluppi delle infrastrutture, e definito in piena autonomia e indipendenza da ARERA secondo criteri di costo efficiente. Peraltro, il valore del WACC è in discesa negli ultimi anni attestandosi oggi al 5,6 %, rispetto al 6% del 2024 Terzo: l'eventuale trattamento tariffario dell'onere di rimodulazione è rimesso a scelte del legislatore e del regolatore, non a Enel. Il decreto interministeriale è – per espressa ammissione dello stesso articolo – ancora “in lavorazione”; l'esistenza stessa del canone e il suo importo sono dichiaratamente incerti (“il canone potrebbe esserci, quanto è grosso chissà”). Presentare in copertina come certa una “stangata” (“Pagheremo caro, pagheremo tutto in bolletta”) fondata su una misura ipotetica, non quantificata e non ancora adottata, e attribuirne il beneficio a Enel, costituisce una grave violazione del dovere di verità e di corretta rappresentazione dei fatti.Quarto: gli investimenti programmati dal Gruppo Enel (26 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, di cui 15 in Italia) sono destinati alla sicurezza e alla digitalizzazione della rete, nonché all'integrazione delle fonti rinnovabili, a beneficio diretto degli utenti e del sistema Paese. La crescita del valore regolatorio della rete (RAB) riflette investimenti reali e verificati da ARERA, non rendite di posizione. Definire tale attività “facili affari” e descrivere le remunerazioni regolate come somme “succhiate dalla bolletta”, travisa la natura di un regime tariffario fondato sui costi efficienti del servizio e soggetto a vigilanza pubblica.III. Sull'eccedenza dei limiti del diritto di critica Le espressioni utilizzate (“sa di fregatura”, “incoerente, se non diabolico”, “facili affari”, “succhiati dalla bolletta”), riferite anche a Enel, associano alla Società condotte scorrette e predatorie prive di qualsivoglia riscontro fattuale. Esse violano il requisito della continenza e il dovere di rispetto della verità sostanziale dei fatti di cui all'art. 2 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, e integrano gli estremi della lesione della reputazione rilevante ai sensi degli artt. 595 c.p. e 2043 c.c., con danno tanto più grave in quanto veicolato dalla copertina della testata e amplificato dalla diffusione digitale.IV. RichiesteTutto ciò premesso, Enel S.p.A. e e-distribuzione S.p.A. diffidano formalmente codesta testata, in persona del Direttore responsabile, a: 1. pubblicare integralmente, gratuitamente e con immediatezza, ai sensi dell'art. 8 della legge n. 47/1948, la presente dichiarazione di rettifica nonché pubblicarla nel primo numero cartaceo utile successivo alla ricezione, con la medesima collocazione, rilievo grafico ed evidenza dell'articolo rettificato, ivi compreso idoneo richiamo in copertina; 2. pubblicare la medesima rettifica, con pari evidenza e in collegamento permanente con l'articolo, nella versione digitale della testata e su ogni canale ove l'articolo sia stato diffuso o rilanciato; 3. astenersi dal reiterare, in qualunque forma, le affermazioni contestate; 4. fornire riscontro scritto alla presente entro 48 (quarantotto) ore dalla ricezione. In difetto, Enel S.p.A. adirà senza ulteriore avviso le competenti sedi giudiziarie, civili e penali, per ottenere la pubblicazione coattiva della rettifica, il risarcimento integrale dei danni patrimoniali e reputazionali ai sensi degli artt. 11 e 12 della legge n. 47/1948 e 2043 c.c., nonché l'accertamento delle responsabilità ai sensi degli artt. 595 c.p. e 13 della legge n. 47/1948, riservandosi altresì ogni segnalazione al competente Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti. La presente vale altresì quale formale invito alla conservazione di ogni documento, comunicazione e materiale redazionale relativo all'articolo in oggetto, ai fini di ogni futuro giudizio. Con ogni più ampia riserva di diritti, ragioni e azioni.LA RISPOSTA DE L'ESPRESSORiceviamo e volentieri pubblichiamo integralmente la lettera di Enel che ricostruisce quanto L’Espresso ha ricostruito e richiama le stesse norme e gli stessi atti che L’Espresso – legge di Bilancio, parere Arera, relazione Arera, valore Rab, direttiva europea 2022, indice Wacc con le oscillazioni – ha richiamato. In aggiunta a ciò, L’Espresso ha arricchito l’illustrazione tecnica e giuridica con un commento dell’ex presidente di Arera ricavato dalla sua ultima relazione, una dichiarazione del vicepresidente dell’Emilia Romagna in merito alla posizione delle Regioni e diverse precisazioni richieste e ottenute dal ministero dell’Ambiente. In nessun passaggio del testo è stato attribuito un ruolo proattivo a Enel o Enel è stata oggetto di contestazioni. Le critiche esposte, costituzionalmente tutelate e basate su fatti e norme esplicitamente indicati, sono state mosse al governo in carica, non alla società scrivente né ad altre, citate esclusivamente perché parte del medesimo settore. (ct)
Il governo in un guaio non sa che fare: il pericolo aumento delle bollette con il rinnovo delle concessioni
La maggioranza due anni fa decise di prorogare per vent'anni la gestione in scadenza della rete elettrica e di farsi pagare un canone (da quantificare) e poi da








